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Andrea Di Cesare

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WILLIAM S. BURROUGHS

"Le città della notte rossa"

Edizioni Arcana, 2006

In questo stupefacente libro di racconti, William S. Burroughs dà forse il meglio di sé, in quanto puntualizza, una volta di più, il suo credo in un mondo governato da un Potere che sfugge agli individui, presi e intrappolati in meccanismi piuttosto oscuri, difficilmente leggibili secondo schemi logici, non irrazionali. L’irrazionalità ormai celebre di William S. Burroughs trova tra le pagine di questi racconti un’espressione fantastica, esotica: le ambientazioni in remote foreste pluviali e strani, abbandonati villaggi del Sud Est asiatico, avvicinano l’autore de “Il pasto nudo” a scrittori meno celebri della narrativa americana di cassetta, ma non meno bravi e di qualità come ad esempio Rider H. Haggard.

La vena fantastica di Burroughs trova qui linfa vitale nelle vicende di uomini alle prese con epidemie radioattive, militari allo sbando in missioni ai confini con la realtà, sdoppiamenti e fenomeni di corpi astrali, in una cornice esistenziale malata, disgregata, in una sorta di minaccia torbida, come quella che Don DeLillo paragona (Great Jones Street) alla sensazione che proviene dallo stare al cospetto di una palude tropicale.

La paranoia pandemica di Burroughs sembra non soffrire mai di esiguità di argomenti con cui autoalimentarsi, in un infinito gioco di rimandi. La spirale della violenza umana, cieca e inarrestabile, la sessualità sempre più morbosa, sembrano anticipare scenari che poi si sono verificati nel Nuovo Millennio, nel controllo-delle-masse-via-Internet, con mezzi subdoli, e un tempo, impensabili. Vecchie paranoie sembrano al giorno d’oggi essere suffragate dal dato-di-realtà; vecchie paure di essere spiati, ascoltati, ecc…

“Le città della Notte Rossa” ci rimanda a un altro libro, al racconto “La Peste Scarlatta”, di un buon scrittore, il buon vecchio Jack London, che ebbe l’illuminazione-allucinazione di scrivere di una pestilenza che avrebbe annientato, in pochi giorni, l’umanità intera.  

Andrea Di Cesare

© Andrea Di Cesare, 2006

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