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ideabiografica.com - rivista on line - Registrazione Tribunale Milano n. 148 del 14 marzo 2007 direttore responsabile: Andrea Di Cesare |
VIVIDE NATURE MORTE
di
Barbara Silvia Ramponi “Io avrei
voluto porgli accanto un altro canestro simile, ma non avendo potuto
nessuno raggiungere la bellezza ed eccellenza incomparabile di questo,
rimase solo”( Federico Borromeo, Musaeum Bibliothecae Ambrosianae,
1625).
Il cardinale e arcivescovo di Milano,
sensibilissimo collezionista, ponendosi un problema di natura
squisitamente estetica nell’allestimento della neonata Pinacoteca
Ambrosiana, in quella “fiscella” del Caravaggio “ex qua flores micant”
(palpitano, rilucono) riconosceva l’aura del capolavoro. La vediamo ora
nello stimolante accostamento con la Fiasca fiorita, vertice
pittorico di ben più enigmatica fama. Dell’una conosciamo molto, ricorda
il professor Antonio Paolucci nella lectio magistralis di
presentazione. Dipinta da Michelangelo Merisi (Milano 1571 – Porto Ercole
1610) sui 25, 28 anni a Roma, ove risiedeva dopo la prima formazione
lombarda, la Canestra di frutta (1596-1599 circa, olio su tela, cm
31x47) fu acquisita quasi subito dal cardinale allora nella città
eterna, o direttamente dall’artista o
più plausibilmente quale apprezzatissimo dono dell’amico cardinale
Francesco Maria Del Monte, ambasciatore del granduca di Toscana, primo
grande estimatore, mecenate e protettore del Caravaggio che in quel
lustro generosamente ospitava in Palazzo Madama, proprietà Medici, di
fronte alla chiesa di San Luigi dei Francesi e con il quale il
Borromeo condivideva una raffinata e originale passione per la
pittura. Presente nella collezione privata dell’arcivescovo dal 1607,
anno di fondazione della Biblioteca Ambrosiana, la tela fu donata
insieme all’intero corpus alla Pinacoteca aperta al pubblico
nel 1618, istituzione unica nel suo genere, così intimamente connessa
alla prima e concepita come florilegio di exempla pittorici su
cui formare sistematicamente una generazione di artisti capaci di
tradurre in immagini pregnanti il dettato post-tridentino e
diffonderlo nella vastità della diocesi milanese. Della seconda
sappiamo quasi nulla. La Fiasca fiorita (olio su tavola, cm
68,5x51,2. Forlì, Musei di San Domenico, Pinacoteca Civica), celebrata
per primo da Francesco Arcangeli (1952) come esprimente una “temperie
di barocco segretamente premente, ma non ancora esploso dal vincolo
dell’osservazione” e attribuita al grandissimo Guido Cagnacci (Santarcangelo
di Romagna 1601 – Vienna 1663), è stata più recentemente ricondotta al
fiorentino Carlo Dolci (1616-1687) dal Baldassari (1995) o ancora al
romano Tommaso Salini (1575 ca-1625), caravaggesco di prima
generazione (Mina Gregori, 2003). Paternità suggerite pertinenti
tutte, nessuna del tutto convincente. Le ragioni stilistiche
così mirabilmente definite dall’Arcangeli conducono a considerare il
controverso pittore un degnissimo erede della lezione caravaggesca
nell’ostentato pauperismo di quel fiasco impagliato sfasciato e
riutilizzato, indecoroso scrigno da cui traggono ancor vita meravigliosi,
delicatissimi fiori variopinti, interpretabile secondo il concettismo
metaforico, etico e religioso, tipico dell’epoca. D’altra parte il senso
di estenuata scompostezza, l’epidermico sensuale turgore di questo brano
di natura come smosso da un vitalistico soffio barocco, paiono a stento
ancora trattenuti dal severo, spoglio, essenziale rigore proprio del
Merisi. Nelle famose Risoluzioni in materia artistica in chiusura
del Concilio di Trento del 1563, la Chiesa controriformata aveva
perentoriamente ribadito il valore del vero visibile quale epifania di Dio
e dunque la validità delle immagini, strumento al servizio della fede.
Caravaggio porta il concetto alle più radicali conseguenze.Rifiuta il
falso dogma del decoro e sovverte la gerarchia dei generi, poiché “tanta
manifattura è fare un quadro buono di fiori come di figure”. Il vero sarà
il quotidiano più ordinario e volgare, perché la natura, in quanto
manifestazione del divino, è tutta degna di rappresentazione. La
vanitas del suo destino mortale, con il monito morale che ne consegue,
si rivelano naturalmente. Sono i colori autunnali, sono le foglie
avvizzite, è la mela bacata. Ma i guasti non offendono la bontà dei frutti
maturi, né la variegata grazia dei fiori offerti al nostro sguardo. “…lui
non loda apertamente neanche se stesso” testimonia Carel van Mander, che
conobbe il Merisi a Roma e “non traccia un solo tratto senza star dietro
la natura e questa copia dipingendo”. La rivoluzione galileiana, verità di
scienza, può essere anche professione di humilitas. Il sole non
gravita più attorno alla terra. L’uomo non è al centro dell’universo.
Questo ci dicono oggi le due sublimi, umilissime, silenti nature. VIVIDE NATURE MORTE La canestra di Caravaggio e la Fiasca fiorita Curatore: Marco Navoni In collaborazione con la Fondazione Cassa di
Risparmio di Forlì e i Musei di San Domenico di Forlì Pinacoteca Ambrosiana - sala 5 - Piazza Pio XI,
2 – Milano Dal 27 settembre al 9 novembre 2008
Barbara Silvia Ramponi
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