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Andrea Di Cesare

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ANDREA DI CESARE "VITE DA RING" - EDIZIONI LIBRERIA CROCE - recensione di Paolo M. Di Stefano

 

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Vite da ring, di A. di Cesare - Edizioni libreria Croce, Roma, pp. 160, euro 15,00
Ero molto giovane, allora. Laureato da poco, per il Centro Nazionale Magistrati Luigi Severini di Perugia ebbi modo di occuparmi di pugilato. Dal punto di vista giuridico, naturalmente, sostenendo che la nobile arte dovesse essere tolta dalla pratiche sportive, anzi punita perché illecita penalmente alla luce del diritto vigente allora in Italia. Cosa che mi procurò una immediata notorietà, l'attenzione di una prestigiosa rivista di studi giuridici e nove colonne di titolo in prima pagina sul "Giornale del Mattino", di Firenze.
Ma la mia opinione non è cambiata. Anche, forse, perché non ho mai seguito con attenzione questa pratica che pure ha dato all'Italia momenti di grande notorietà e campioni importanti, e che ha una sua propria dimensione anche nell'economia.
Continuo a non aver interesse per la boxe, ma il saggio di Andrea di Cesare ha avuto su di me l'effetto di richiamare l'attenzione su di un aspetto forse trascurato da troppi: il mondo del pugile oltre la box, prima e dopo il ring, prima di indossare i guantoni e dopo averli riposti.
Intanto, a nomi anche per me profano e non estimatore abbastanza noti - Tiberio Mitri, Nino Benvenuti, Patrizio Oliva, Sandro Lopopolo - si affiancano quelli di pugili che, almeno a giudicare da quanto l'Autore ci dice, hanno il diritto di essere ricordati nella storia del pugilato italiano, perché ne sono stati protagonisti e, a mio parere soprattutto, perché hanno vissuto vicende per molti versi paradigmatiche della lotta per sopravvivere, prima, e per emergere, poi. E non sempre sfociate nei successi sperati. Dice Paolo Vidoz ("il pugile costruito da sé, con molta passione e pochi mezzi"- nota l'A.) ".il mio sogno principale era quello di vincere le Olimpiadi. Ognuno ha un sogno nella vita, quello era il mio. Mi è rimasto il magone, nel '96, di aver perso alla prima ripresa, ma visto che avevo ancora 26 anni mi son detto rimango ancora dilettante e provo a fare le Olimpiadi di Sydney (.) Poi a Sydney ho trovato un altro inglese, fortissimo, che mi ha battuto, Harrison, e lì mi son fermato al bronzo. (.) Quando vinci, tutti ti trattano bene, ti trovi sopra un piedistallo, poi, quando perdi, sembra che non hai fatto niente."
Ecco, uno dei meriti di questo saggio è a mio parere costituito dall'essere una serie di interviste nel corso delle quali, di ciascuna delle quali, l'Autore consente all'atleta di turno di esprimere i sentimenti forse più riposti, quelli che sarebbero rimasti altrimenti assolutamente sconosciuti, proprio perché, una volta che la vita sportiva è finita, vieni immediatamente dimenticato. Con in più questo, che, come dice Franco Festucci, il pugile è solo e soffre in silenzio.
Salvo qualche rara eccezione.
Le interviste - diciotto più una, questa fatta all'Autore - si svolgono in un dialogo agile, misurato, approfondito quanto basta per mettere in evidenza ciò che veramente ha contato (e conta) nella vita di ciascuno degli atleti. Ne risulta un saggio di piacevolissima e facile lettura, a mio parere costruttivo anche per chi del pugilato non ha fatto una fede. (Paolo Maria Di Stefano)

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