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Giugno 2004 – Rifugio Questa e Canalone di Tablasses di Carlo Gozzi Sono trascorsi 2 anni dall’ultima volta che ho risalito un canale di neve; mentre sono diverse settimane che cerco di ottenere informazioni sulle condizioni della neve nei pendii delle Alpi Marittime. Metà giugno: se non mi sbrigo rischia di sciogliersi anche l’ultima rimasta. E pensare che sino a due settimane fa c’era troppa neve per risalire un canale senza dover sprofondare: a fine Maggio !!
Non posso aspettare oltre, nemmeno le previsioni meteo possono farmi rinviare: il prossimo week end si parte, chi c’è .. c’è !
In realtà le previsioni che leggo su internet sono molto discordanti, e come sempre mi faccio un’idea personale che è poi la media delle informazioni raccolte: sicuramente domenica verrà brutto, ma nel primo pomeriggio. Partendo presto dal rifugio, a quell’ora dovremmo essere quasi tornati alla macchina.
La meta era già stata stabilita da tempo con gli amici del CAI: pernottamento al Rifugio Questa e da lì il canale di Tablasses. Prenoto per 8 …. e al momento di partire ci troviamo in 4 <<Questa è l’ultima volta che mi prendo l’impegno di organizzare qualche cosa: da oggi prenoto per me, Sonia ed il compagno di cordata e che gli altri si arrangino !!>>.
Eh, già …. chissà quante altre volte ho già ripetuto queste parole ….
Dopo vari cambiamenti, finalmente ci decidiamo anche per l’orario: ritrovo alle 11 siamo Paolo, Omar, Sonia ed io.
Arrivati a Terme di Valdieri e trovato un “buco” per la macchina, decidiamo di mangiare un panino prima di metterci in cammino; ma è meglio non appesantirci troppo: arrivare al rifugio sono più di 1000 metri di dislivello.
Ogni tanto il sole caldo si nasconde dietro qualche nuvola, e l’aria più fresca rende meno pesante la salita. Anche l’attraversamento dei corsi d’acqua è accolto con gioia: è l’occasione per rinfrescarsi un poco la fronte.
Ero già stato al Questa 3 anni fa: all’epoca dormimmo “in soffitta”, come l’avevo definita. Il rifugio non è molto grande: l’ingresso dà su un'unica sala con funzione di sala da pranzo e deposito scarponi. Una porta, sulla parete di sinistra del “salone”, dà accesso alla cucina (forse il locale più grosso); mentre una scala di ferro verticale, attraverso una botola, permette di entrare in soffitta: un unico locale con i materassi stipati in terra. Non era dotato d’acqua corrente né di gabinetti, ma all’epoca il gestore disse che nell’estate avrebbe iniziato i lavori per portare acqua al rifugio. La fonte idrica era costituita da un lago, situato una cinquantina di metri più in basso, dal quale bisognava fare su e giù con le taniche.
L’ultimo tratto di sentiero che percorriamo, prima di arrivare al rifugio, è coperto da neve: è abbastanza compatta, solo in alcuni punti il piede affonda. <<se alle 5 del pomeriggio la neve è in queste condizioni, domattina non dovremmo avere problemi>>. <<speriamo>> mi risponde Paolo.
Il canale e davanti a noi, si vede bene da questa posizione. Visto di fronte, qualsiasi canale, sembra sempre più ripido di quanto non sia in realtà, e Sonia a guardarlo si preoccupa un po’. <<Non è difficile>> le dice Omar che l’ha già risalito: <<l’uscita è un po’ …. Ma non ti devi preoccupare>> Ci riceve il gestore ed indica la stanza in cui passeremo la notte. Questa volta la soffitta è un’altra: una scala verticale in ferro, fissata sulla facciata esterna del rifugio, permette di entrare nell’altra parte del sottotetto. L’ingresso è costituito da un finestrino attraverso il quale passo a stento. Entro dentro e mi faccio passare gli zaini. Sistemiamo le coperte sui materassi … ed il posto branda è pronto.
Di acqua non se ne parla: in effetti il gestore, tre anni fa, non specificò l’estate in cui avrebbe iniziato i lavori per dotare il rifugio di acqua corrente. L’unico abbeveraggio disponibile è quello raccolto dal lago … n’è testimonianza qualche animaletto che galleggia dentro la brocca che serve in tavola. Ma la cena calda è comunque piacevole.
Decidiamo di puntare la sveglia alle 4.30: colazione alle 4.45 …. e via. Al mattino entriamo nel salone e troviamo the caldo nelle tazze appena servite; consegniamo i due thermos al gestore, affinché li riempia con la medesima bevanda, e raccogliamo tutta la nostra attrezzatura.
Sono le 5,15 quando guardo l’orologio prima di partire. L’altimetro è tarato, possiamo finalmente metterci in marcia. Non saremmo più passati dal rifugio e gli zaini colmi si fanno sentire.
Bisogna scendere e perdere quota per poi risalire, prima di arrivare all’attacco del canale: un’ora circa di cammino. La neve è buona, ma decidiamo di metterci i ramponi prima di iniziare a risalire il conoide posto alla base del canale. La coppia di francesi, che sono partiti mezz’ora prima, sono poco avanti a noi. Guardo più in alto: l’uscita del canale è coperta dai nuvoloni neri. Ogni tanto si alzano spinti dal vento per poi ridiscendere minacciosi. <<bisognerà essere veloci, se non vogliamo prendere una lavata!>>.
Omar decide di non salire con noi: <<vi aspetto qui: faccio avanti e indietro lungo il vallone del Prefouns per non prendere freddo>>.
In effetti la temperatura è sempre vicina allo zero e, a giudicare dalle nuvole, non credo che l’aria si scalderà molto….
Attacco per primo il canale; per favorire Sonia cerco di segnare bene i gradini nella neve, per altro abbastanza dura: si vedono appena le tacche dei ramponi lasciate dai due francesi.
<<che bello>>, penso tra me: <<finalmente un canale di neve! E siamo praticamente soli, senza l’assembramento di alpinisti che sempre più spesso frequentano questi ambienti>>
Faccio quasi la gara sui francesi: abbiamo praticamente dimezzato il ritardo della partenza. Mentre noi saliamo in libera, loro procedono legati: ma di conserva, su un canale, a che serve? Se scivola uno, l’altro come fa ad avere la prontezza per tenerlo? Se lo porta giù! Ho sempre avuto questa idea: o risali slegato oppure, se ti leghi, fai i tiri di corda …. ma quanto tempo per salire! 500 metri di canale non sono pochi fatti a tiri di corda …
La Sonia mi segue a poca distanza: sale bene e Paolo, subito dietro, la protegge.
Osservo i nuvoloni che continuano il loro moto ondoso: forse …riuscissimo a sbrigarci in discesa ...
Alle 8 in punto sono in cima: mi fermo ad aspettare i compagni ed intanto estraggo il thermos dallo zaino. <<una bella tazza calda di ….. >> non faccio in tempo a pensarlo quando noto che il liquido che sto versando non ha il colore del the … <<acqua!! …. Acqua calda !!!!>>
Evidentemente il gestore era un po’ addormentato questa mattina, quando ci ha servito il the! Tra le imprecazioni ripongo il thermos nello zaino e prendo la macchina fotografica: un paio di foto a Sonia e Paolo mentre stanno uscendo dal canale non ci stanno male.
Ci buttiamo subito dietro i francesi per la discesa, ma qui ho fatto male i conti sui tempi: Sonia è lenta nel pendio di neve che scende sul versante opposto. Dopo 15 minuti Paolo è in fondo al breve canalino, dove finisce la neve, mentre noi non siamo nemmeno a metà.
Ma il peggio deve ancora arrivare: dopo c’è una pietraia da percorrere, che non è certo il terreno ideale per Sonia, ed il tratto da scendere in quelle condizioni è abbastanza lungo. Come se non bastasse ha gli scarponi di plastica che le avevo consigliato di mettere … e non l’aiutano di certo. La vedo con il volto stressato, per l’impegno psicologico più che quello fisico. La precedo di pochi passi e resto molto vicino per cercare di tranquillizzarla, ma intanto penso tra me: <<mai più … mai più … piuttosto vado solo al mare … ma su vie di questo tipo non vengo più con lei>>.
La preoccupazione sale in me, ma devo mostrare calma e tranquillità: <<ecco, così, scendi con calma. Non ci sono difficoltà particolari: basta scendere da un masso all’altro con calma>>.
Ogni tanto sento un suo sospiro che accompagna i passi: si ferma, porta il volto verso l’alto socchiudendo gli occhi per riaprirli un istante dopo. Quindi riprende la lenta discesa. La immagino mentre è distesa al sole in una spiaggia, rilassata …. Mi fa male vederla patire in quel modo, su una distesa di massi che ricoprono il pendio sino in fondo al vallone. <<Mai più … mai più …>>
Paolo nota una traccia che anziché scendere prosegue in traverso, in direzione del colle da raggiungere. Ma tutto si perde in direzione di un crestone che non dà garanzie sulle difficoltà che potrebbero seguire. Scelgo di continuare la discesa nella pietraia sino a raggiungere una lingua di neve. Da lì è possibile traversare per poi risalire sino al colle. E’ senz’altro più lunga …. Ma con Sonia è forse meglio avere almeno la garanzia del percorso.
Qualche goccia comincia a bagnarci le giacche: acqua mista a neve. Bisognerebbe essere più veloci … ma sono già le 10 quando siamo quasi al colle che sormonta la Valle di Prefouns. Ora si vede il punto in cui spunta la traccia che aveva notato Paolo: avremmo risparmiato un buon quarto d’ora …. Pazienza !
Nel momento in cui con la testa supero in altezza il colle, verso il vallone di Prefouns, una frustata di ghiaccio mi prende in pieno volto: le gocce d’acqua sono trasformate in palline di grandine che il vento, forte e teso, scaglia con violenza. A stento tengo gli occhi aperti. <<Omar è là>> mi grida Paolo. Guardo in fondo al canalino coperto di neve: Omar è seminascosto dalla bufera di grandine. Ci vede e si dirige verso di noi. Il canalino non è molto pendente e possiamo scendere faccia a valle, praticamente di corsa. Sonia è mentalmente più rilassata e riusciamo anche a giocare in quella discesa: giù per il pendio usando i piedi come fossero un paio di sci.
Raggiungiamo Omar che ci chiede una tazza di the caldo …. ma il suo sorriso si trasforma subito in una smorfia di delusione quando sente la risposta: <<se vuoi abbiamo dell’acqua calda !!>> Io bevo comunque un sorso dal thermos per scaldare le budella. Vorremmo tutti mangiare un boccone, ma il cielo è ancora più scuro di quanto non fosse prima: meglio accelerare il passo per la discesa.
<<Il più è fatto … >> penso, <<ora è solo questione di bagnarci come non mai>> Mi ero scordato che già tre anni fa avevamo incontrato qualche difficoltà nel resto della discesa …
Anche questa volta la stessa cosa: al termine del vallone di Prefouns inizia il sentiero che in alcuni tratti è coperto dalla neve gelata. La traccia taglia a mezza costa tutto il versante, viaggiando in leggera discesa, ma dov’è coperta di neve non ci sono tracce; il manto è abbastanza duro, ma non possiamo mettere e togliere i ramponi ogni 30 metri !
Il primo traverso su neve non sembra poi così tremendo e procedo per primo: <<com’è Carlo ?>> <<Mah, direi che si va abbastanza bene !>>.
La punta della piccozza, che tengo con la mano destra verso la parte più alta del pendio, entra bene nella neve. Mentre con i piedi cerco di fare delle tracce abbastanza profonde per favorire chi mi segue …. In realtà chi sta dietro di 5-6 metri trova già le orme semicoperte dalla neve, che ora cade in maniera più decisa: sembra una bella nevicata invernale !
Il piede destro cede appena verso valle e non sono abbastanza pronto a spostare il mio baricentro: anche il piede sinistro scivola ed in un attimo mi trovo sbilanciato. Porto immediatamente la picca al petto con la becca rivolta verso la neve, cercando di schiacciarla con tutto il corpo … fortunatamente lo strato gelato non è molto spesso e riesco a fermare la scivolata. Mi ritrovo con il ventre a terra, ma con gli scarponi, senza i ramponi, non riesco a far presa: si scivola. Un’occhiata verso valle: se parto del tutto mi raccolgono qualche centinaio di metri più in giù. La pendenza non è eccessiva ma costante, e non c’è nemmeno un albero od un masso che mi possano “stoppare”. Con la punta degli scarponi scavo i gradini sui quali finalmente riesco a rialzarmi. Pochi passi e ritorno sul sentiero. Gli altri sono subito dietro. Un paio di metri più in alto possono scavalcare il pendio di neve e portarsi a ridosso della parete rocciosa: lì il terreno è pulito e possono raggiungermi senza alcun problema.
Proseguiamo il cammino, mentre continua a nevicare, e superiamo con prudenza ma senza altre difficoltà i traversi che seguono. Siamo ormai in prossimità del bosco: ora sì che possiamo bagnarci in santa pace senza altri problemi !!
Il sentiero ora fa una leggera svolta a destra e … la scena successiva è davvero entusiasmante: un camoscio è accovacciato accanto ad un grosso masso. E’ lì, pochi metri davanti a noi, ed è voltato dall’altra parte. La neve portata dal vento mi schiaffeggia il volto e quindi non dovrebbe sentire il nostro odore; ma avverte la presenza. Infatti si alza di scatto, scrollandosi la neve dal dorso, e volta lo sguardo prima verso monte e subito dopo a valle. In un attimo si gira su se stesso ed è con il muso verso di noi. Restiamo ad osservarlo meravigliati per qualche minuto: non oso muovermi e non cerco nemmeno di prendere la macchina fotografica. <<che foto sarebbe !>>, ma resta solo il pensiero del gesto. E’ lì, immobile, e ci osserva. La neve continua a scendere con forza, spinta da raffiche irregolari di vento.
Decido di rimettermi in cammino, seguendo il sentiero che passa innanzi al camoscio che ancora non accenna a muoversi. Resto con il volto chino e con passi leggeri, per non disturbarlo, avanzo molto lentamente: con la coda dell’occhio cerco però di osservarlo. Sento i passi di chi mi segue e mi accorgo che lui si sta muovendo: mi volto e vedo che ormai ha preso la sua corsa verso monte, verso le cime più alte e sicure.
Finalmente il sentiero è un po’ più ripido e riusciamo a perdere un po’ di quota: non nevica ma piove … eh sì, piove decisamente.
Da quando sono caduti i primi chicchi di grandine sono trascorse più di tre ore … finalmente abbiamo raggiunto l’auto !
Una tettoia ci consente di trovare un po’ di riparo per mettere qualche cosa di asciutto e mi aspetto che dagli scarponi salti fuori una trota !
Sono le 13.30 quando mettiamo il muso dentro la trattoria: a questo punto un piatto caldo ed un bicchiere di vino è quello che ci vuole, altro che scatoletta di tonno !
Carlo Gozzi © Carlo Gozzi, 2004
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