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Andrea Di Cesare

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"342 ore sulle Grandes Jorasses"
René Desmaison
Edizioni dall'Oglio, 1982

René Desmaison resta nel mito dell'alpinismo come uno dei più grandi alpinisti classici e d'alta quota mai esistiti. Suo terreno d'azione prediletto era il Gruppo del Monte Bianco, e sua specialità le invernali in condizioni proibitive. Negli anni '60 e '70 - gli anni in cui Desmaison fece le sue imprese più celebri - le attrezzature non erano nemmeno paragonabili a quelle che oggi si potrebbero acquistare in un megastore della montagna. Allora la piccozza si usava per gradinare, e la piolet-traction era soltanto agli albori. Quante fatiche in meno, sulle Grandes Jorasses, avrebbero patito René e Serge, se solo avessero potuto disporre di un'adeguata attrezzatura da ghiacciatori dei nostri giorni. I chiodi contati, per non appesantire il fardello dell'attrezzatura, si rompevano mano a mano che la salita proseguiva sino al punto del non ritorno. Le corde si spezzarono per l'urto con una scaglia di roccia. Impossibile discendere in doppia. Solo salire, sinchè c'erano le forze, e uscire da quella parete infernale al più presto.
Le pagine di questo libro si divorano come quelle di un best seller. Si coglie, nello scritto di Desmaison, ogni minima emozione provata dai due alpinisti in quei giorni tanto lontani da noi. Tanto lontane sono anche le visioni che i due alpinisti avevano nel mezzo delle Jorasses, perché pochi, pochissimi esseri umani possono aver visto quello che hanno visto i loro occhi. Una immensa parete corazzata di ghiaccio, dove anche la roccia più friabile fa cemento col tutto grazie all'azione del gelo, pennacchi di neve spostati dal vento dell'alta quota che si dissolvono come arabeschi contro il cielo come fuochi fatui. I giorni sono sempre troppo brevi. Si avanza di tre, quattro lunghezze, trascinandosi lo zaino sulle spalle, e poi si deve pensare al bivacco, pensarvi per tempo, per non farsi cogliere impreparati dalla notte o dalla bufera. Magari le mani sono gonfie, dopo cinque giorni di invernale, e hanno perso la sensibilità. Ma bisogna salire, uscire al più presto, perché ormai si è superato il punto del non ritorno: tecnicamente la parete restata sotto di loro non era più affrontabile in discesa, e non avevano più abbastanza chiodi da ghiaccio per fare le famose 15 doppie che li avrebbero salvati.
Questo libro non è solo la cronaca di una grande impresa finita tragicamente, ma un monumento alla letteratura, in senso ampio, non solo di nicchia, la cosiddetta letteratura alpinistica. Un libro dai grandi pregi umani e letterari, scritto da un vero conoscitore dell'essere umano e della montagna. Confrontarsi con la montagna, sembra insegnarci Desmaison, è sempre confrontarci con noi stessi. Un alpinista è portato a guardarsi dentro, perché ciò che fa è estremo, ed è un continuo confronto coi propri limiti e con la morte. A volte, in montagna, si può perdere la vita, o il compagno di cordata. Nulla di più sconvolgente, è pensare che una libera scelta può portare l'alpinista alla morte. Questo libro ha in sé molte risposte all'interrogativo che molti pongono: perché l'alpinismo? La montagna è là, che ti guarda, e tu sei lì, alla sua base. Perché salirla? Perché rischiare la vita, propria, o del proprio compagno? Desmaison, nel suo capolavoro letterario, ci dà anche una testimoninanza preziosa di come diverso fosse l'alpinismo trent'anni fa. Difficoltà che oggi i free climber potrebbero considerare con disprezzo, venivano affrontate con molti meno mezzi, con grande coraggio, e con elementi di protezione quasi inesistenti. Se a questo aggiungiamo le condizioni estreme del clima invernale in alta quota, ci rendiamo conto di quanto poco spregevole fosse l'uso dell'artificiale, o l'appoggiarsi a un chiodo, da parte di questi due formidabili uomini d'avventura. Uno non ce l'ha fatta. Ma René, sopravvissuto al disastro, ci ha donato la forza delle sue pagine, indimenticabili.
 

 Andrea Di Cesare

© Andrea Di Cesare, 2003

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