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"342 ore sulle Grandes
Jorasses"
René Desmaison
Edizioni dall'Oglio, 1982
René Desmaison resta nel
mito dell'alpinismo come uno dei più grandi alpinisti classici e d'alta
quota mai esistiti. Suo terreno d'azione prediletto era il Gruppo del Monte
Bianco, e sua specialità le invernali in condizioni proibitive. Negli anni
'60 e '70 - gli anni in cui Desmaison fece le sue imprese più celebri - le
attrezzature non erano nemmeno paragonabili a quelle che oggi si potrebbero
acquistare in un megastore della montagna. Allora la piccozza si usava per
gradinare, e la piolet-traction era soltanto agli albori. Quante fatiche in
meno, sulle Grandes Jorasses, avrebbero patito René e Serge, se solo
avessero potuto disporre di un'adeguata attrezzatura da ghiacciatori dei
nostri giorni. I chiodi contati, per non appesantire il fardello
dell'attrezzatura, si rompevano mano a mano che la salita proseguiva sino al
punto del non ritorno. Le corde si spezzarono per l'urto con una scaglia di
roccia. Impossibile discendere in doppia. Solo salire, sinchè c'erano le
forze, e uscire da quella parete infernale al più presto.
Le pagine di questo libro si divorano come quelle di un best seller. Si
coglie, nello scritto di Desmaison, ogni minima emozione provata dai due
alpinisti in quei giorni tanto lontani da noi. Tanto lontane sono anche le
visioni che i due alpinisti avevano nel mezzo delle Jorasses, perché pochi,
pochissimi esseri umani possono aver visto quello che hanno visto i loro
occhi. Una immensa parete corazzata di ghiaccio, dove anche la roccia più
friabile fa cemento col tutto grazie all'azione del gelo, pennacchi di neve
spostati dal vento dell'alta quota che si dissolvono come arabeschi contro
il cielo come fuochi fatui. I giorni sono sempre troppo brevi. Si avanza di
tre, quattro lunghezze, trascinandosi lo zaino sulle spalle, e poi si deve
pensare al bivacco, pensarvi per tempo, per non farsi cogliere impreparati
dalla notte o dalla bufera. Magari le mani sono gonfie, dopo cinque giorni
di invernale, e hanno perso la sensibilità. Ma bisogna salire, uscire al più
presto, perché ormai si è superato il punto del non ritorno: tecnicamente la
parete restata sotto di loro non era più affrontabile in discesa, e non
avevano più abbastanza chiodi da ghiaccio per fare le famose 15 doppie che
li avrebbero salvati.
Questo libro non è solo la cronaca di una grande impresa finita
tragicamente, ma un monumento alla letteratura, in senso ampio, non solo di
nicchia, la cosiddetta letteratura alpinistica. Un libro dai grandi pregi
umani e letterari, scritto da un vero conoscitore dell'essere umano e della
montagna. Confrontarsi con la montagna, sembra insegnarci Desmaison, è
sempre confrontarci con noi stessi. Un alpinista è portato a guardarsi
dentro, perché ciò che fa è estremo, ed è un continuo confronto coi propri
limiti e con la morte. A volte, in montagna, si può perdere la vita, o il
compagno di cordata. Nulla di più sconvolgente, è pensare che una libera
scelta può portare l'alpinista alla morte. Questo libro ha in sé molte
risposte all'interrogativo che molti pongono: perché l'alpinismo? La
montagna è là, che ti guarda, e tu sei lì, alla sua base. Perché salirla?
Perché rischiare la vita, propria, o del proprio compagno? Desmaison, nel
suo capolavoro letterario, ci dà anche una testimoninanza preziosa di come
diverso fosse l'alpinismo trent'anni fa. Difficoltà che oggi i free climber
potrebbero considerare con disprezzo, venivano affrontate con molti meno
mezzi, con grande coraggio, e con elementi di protezione quasi inesistenti.
Se a questo aggiungiamo le condizioni estreme del clima invernale in alta
quota, ci rendiamo conto di quanto poco spregevole fosse l'uso
dell'artificiale, o l'appoggiarsi a un chiodo, da parte di questi due
formidabili uomini d'avventura. Uno non ce l'ha fatta. Ma René,
sopravvissuto al disastro, ci ha donato la forza delle sue pagine,
indimenticabili.
Andrea Di Cesare
© Andrea Di Cesare, 2003
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