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ideabiografica.com - rivista on line - Registrazione Tribunale Milano n. 148 del 14 marzo 2007 direttore responsabile: Andrea Di Cesare |
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PHILIP K. DICK “TUTTI I RACCONTI – 1947 – 1953” Pagg. 604 Fanucci, 2006 Euro 19,00
Philip K. Dick non ha bisogno di presentazioni, credo.
Da quando Ridley Scott ha adattato per il cinema Blade Runner,
Philip K. Dick è diventato una sorta di icona non solo della fantascienza,
ma della letteratura in generale, con la sua enorme portata visionaria e,
potremmo anche dire, anticipatoria.
Dire che Philip K. Dick sia stato solo un Autore di fantascienza mi sembra
riduttivo, e credo che questa mia opinione sia condivisa da molti lettori e
critici. Al tempo stesso un Orwell non è solo letterario in senso
tradizionale, ma è anche fantascientifico, nel tratteggiare Mondi e modi
di percepire non
dissimili dal nostro, ma con forti elementi di alterità al
loro interno, che distorcono e assottigliano il nostro modo di
sentire/percepire la realtà. Quanto in comune vi è tra questi due Autori,
nel mettere in guardia dalla possibilità di un controllo totale delle
coscienze! Per non dire poi di W. S. Burroughs. Tutti e tre legati, nel loro
mondo interiore, da una sorta di visione paranoica della realtà, che, a mio
avviso, è l’unica visione sensata nell’era dei mezzi tecnologici di massa.
Philip K. Dick si è formato, in età giovanile, sui
romanzi di Frank Baum, che formano il ciclo de Il Mago di Oz. In Dick la
vena fantastica e quella più strettamente fantascientifica si sono sempre
intrecciate. Eppure Philip K. Dick non ha mai rinunciato a dare – nei suoi
libri - una descrizione precisa e realistica del mondo, con le sue cittadine
americane a misura d’uomo e personaggi presi dalla vita quotidiana. Si
potrebbe dire che, in questo, abbia anticipato, se non ispirato, Stephen
King, con le sue descrizioni di vite e cittadine del tutto comuni, che a un
tratto vengono travolte da fatti misteriosi, da forze oscure, che poi questi
elementi perturbatori provengano dal sottosuolo, o dalla psiche degli
individui, poco importa. La narrativa di Philip K. Dick, al contrario di
Asimov o di Clarke, non è pervasa da uno stile divulgazionista, ma è invece
percorsa da una forte valenza simbolica, come nella tradizione del romance
americano ottocentesco di Poe e Nathaniel Hawthorne (Carlo Pagetti). A
questo punto sarebbe bene citare da Wikipedia.org un passo dedicato a
Philip K. Dick a mio avviso molto importante e esemplificativo:
Le sue opere sono
caratterizzate da un senso della realtà costantemente eroso, con
protagonisti che spesso scoprono che i loro cari (o anche loro stessi) sono
segretamente robot, alieni, esseri soprannaturali, sottoposti a lavaggio del
cervello, spie, morti o una combinazione di queste possibilità.
Le opere realistiche di Dick, dapprima ignorate o
incomprese dai fan della fantascienza, sono comunque degne della massima
attenzione, e alcune di loro, come L'uomo dai denti tutti uguali, In questo
piccolo mondo e l'ultimo, La trasmigrazione di Timothy Archer, tengono testa
ai suoi migliori romanzi fantascientifici. Dick contribuisce alla
costruzione dell'immagine letteraria della California a pari dignità con i
suoi predecessori John Steinbeck e Raymond Chandler, spianando la strada
alla produzione di Jonathan Lethem e di altri autori avantpop, come Steve
Erikson.
Andrea Di Cesare © Andrea Di Cesare, 2007 |
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