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Andrea Di Cesare

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 MAURO MARCIALIS

“IO & DAVIDE”

romanzo

pagg. 156

Piemme, 2008

Euro 11,00

Non ho amato questo romanzo. L’ho l’etto tutto d’un fiato, e per questo non ho potuto amarlo. Ho dovuto bruciare, consumare in una serata quello che, in altri casi, sarebbe stato il lungo, meditativo piacere della lettura. Ho dovuto improvvisare una sorta di orgasmo masturbatorio, per estromettere il piacere di un’attesa, di una fantasia che lo stile di questo romanzo, bruttamente serrato, banalmente paratattico, non mi concedeva, incalzandomi come un cane famelico, che mi costringeva a correre, a scappare, a non fermarmi. Quando invece è così dolce la pausa della lettura, poter ritrovare il filo interrotto il giorno dopo, con calma, con i tempi dell’anima, che sono quelli della lenta assimilazione. Mi sono quindi - con questa lettura - “masturbato”, per evitare il dispiacere di un lungo, poetico amplesso negato.

Ma siamo in tema. Il bruciare tutto e subito, l’avere tutto e subito, l’avere più che l’essere, sono la colonna portante di un romanzo che ha - però - il pregio - alquanto dubbio e ambiguo - di essere specchio dei nostri giorni, della nostra non-cultura, la non-cultura televisiva, la sub-cultura dello star system, dei tronisti & marchettari, di chi si prostituisce in nome del potere di fallo & muscoli, il potere sulle donne che il tronista chiama “cose”, essendo cosa tra le cose egli stesso, protagonista di un libro che finisce per essere “cosa” anch’esso, in un gioco di rimandi e di specchi, un libro che è “libro cosa tra libri cosa” che, letto, subito si dimentica, nel ripostiglio in cui finiscono le “cose” che si sono consumate. Che ambisce a spezzare, ma non ci riesce, la spirale viziosa del narcisismo mediatico, essendo scritto con lo stesso narcisismo cosificante: una cosa che si guarda allo specchio, e cerca approvazione. Non ci ho trovato analisi della tragica figura del tronista, ma solo una azione che riflette, pari pari, il suo essere vuoto. Una scrittura che si adatta al vuoto, essa stessa vuota. Più che la tragedia del protagonista, temo che il libro rappresenti la tragedia di chi – molti fra noi scrittori – i libri li scrive. La tragedia di chi, scrivendo, sottrae drammaticità al vuoto, lo rende normale, si limita a descriverlo per quello che è, senza compiacimento, ma anche senza critica, senza emozioni, senza sentimenti, in maniera anestetizzata. E’ la tragedia di molti scrittori “anestetizzati”. E’ la tragedia di molti scrittori che elencano fatti, che non sanno modellare un’emozione. E poi è la tragedia dell’editoria, che spaccia per letterario un costrutto linguistico che altro non è che esibizione tecnica, muscolarità scrittoria, senza anima, onanismo coatto e meccanico, ovvero, atto che non posso considerare “creativo”, anche se – oggi – le tante scuole e scuolette di scrittura “creativa” promuovono questo tipo di “scrittura”.

Il pregio del libro, è l’abile descrizione delle “cose”, la descrizione fotografica, oggettiva del tronista. Le sue vacue pose da Re, la sua tronfia e vuota espressione da Re, il suo elargire mezzi sorrisi, mezze smorfie indecifrabili: la sua ambiguità ricoperta di griffe, in cui tanti aspiranti tronisti (oggi li vedi in banca, sul tram, al supermercato) scorgono un ideale. Estetico? Forse. Depilato. Muscoloso. Muscoli gonfiati, inutili, senza forza. Di successo: fica & soldi, soldi & fica & coca. Sì, un fermo immagine esatto della nostra deteriore società. Una società capace di produrre fatti come quelli recenti accaduti a Nettuno (Roma): viene bruciato un indiano da un gruppo di adolescenti abbrutiti. Viene chiesto a chi ne era al corrente, perché i loro amici avessero compiuto il gesto di dar fuoco a quel ragazzo. La risposta: “Quello non era un ragazzo, ma un marocchino”. Una "cosa", direbbe il tronista.

Andrea Di Cesare

© Andrea Di Cesare, 2009

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