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Milano,
15 novembre 2007 - INTERVISTA A MARISTELLA COLOMBO – FASHION-DESIGNER (a
cura di Andrea Di Cesare).
CONCEPTUAL-STREETWEAR

© Maristella Colombo - per
gentile concessione
Cercavo
notizie di tutt’altro genere sul web, quando per caso finii sul sito di
Maristella Colombo. Evidentemente le vie del Web sono infinite, e
talvolta si intersecano con la nostra in maniera misteriosa e fortunata.
Direi quasi “felice”, data la disinvoltura e la scioltezza da film
americano con cui Maristella ed io fissammo un appuntamento per
un’intervista nel Mondo Reale. A quanti sparano a zero su Internet quale
esempio di deterioramento dei valori e della comunicativa umane, io
rispondo prontamente: se non era per la fibra ottica di cui dispongo da
contratto, non mi sarei mai incontrato con questa giovane e promettente
stilista, formatasi a Londra e attualmente docente presso lo Ied, a suo
tempo allieva del celebre Prof. Augusto Garau (guarda caso mio amico di
famiglia sin dai lontani anni’70), e davvero spigliata ragazza inserita
a 360 gradi nel suo tempo, nel suo mondo, tanto da interpretarlo
attraverso le sue creazioni con spirito aderente alle attuali richieste
di un mercato aggressivo, mutevole, difficile da capire se non si
dispone di “antennine” attente a captare le impercettibili fluttuazioni
che, chissà come, a volte si trasformano in tendenze, o in mode
conclamate, e allora ci ritroviamo, a posteriori, a ringraziare quella o
quello stilista, quella o quell’artista che, diciamo, ha dato la sua
impronta a un’epoca, o, in taluni casi, ha “creato” un’epoca ex novo.
Sin dall’inizio Maristella ed io ci demmo del “lei”, e mantenemmo questa
modalità sino al momento in cui non si diede il via all’intervista.
Anche questo particolare, mi fece pensare a una persona che non si fosse
fatta globalizzare dall’uso tout court del “tu” imperante, una persona
che accettava la “giusta distanza” in quanto in possesso di una propria
individualità formata e distinta. Quindi, una persona in qualche modo
“speciale” e fuori dal coro, una personalità matura e lucida, in grado
di pensare con la propria testa.
D: I
tuoi studi, la tua formazione, hanno da subito riguardato la moda, la
fotografia e il fashion, o sei arrivata a questo settore per vie
diverse?
R: Da
altre vie; prima di arrivare alla moda sono passata dalla comunicazione,
dal visual design, ho studiato qui a Milano visual design, laurea in
art-direction e pubblicità, poi sono passata alla moda, ma solo
successivamente. Sono dapprima andata a lavorare all’estero, a New York
e a Londra, e ho acquisito un’esperienza lavorativa sul campo, e dopo un
master in fashion design il mio obiettivo era quello di realizzare un
mio marchio, una mia linea di abbigliamento.
D:
Il mondo anglosassone ha influito sulle tue scelte estetiche?
R:
Decisamente; credo che se non fossi andata a Londra, o comunque
all’estero, a vivere e a formarmi, credo che avrei avuto una mentalità
diversa. Credo che questo mi abbia aiutato ad aprirmi mentalmente, ad
avere uno stile più nordico, non solo nella moda, ma nei miei gusti
musicali, e cinematografici (…)
D:
David Lynch (…)
R:
Sì. Ciò ha influito molto. Anche dal punto di vista del modo di
comunicare.
D:
Parliamo di comunicazione. Qual è la differenza fra l’aspetto
comunicativo italiano e quello anglosassone?
R: In
Italia siamo, direi, ancora statici. Nel mondo anglosassone, stando alla
mia esperienza, posso dire che c’è molta più apertura e possibilità. A
livello di comunicazione c’è la voglia di osare.
D:
Apertura e possibilità; apertura verso cosa, e possibilità di che cosa?
R:
Apertura anche dal punto di vista della vendita del prodotto. Un
prodotto giovane ha più possibilità di essere accettato sul mercato,
diversamente che qui in Italia. Viene accettato come qualcosa di nuovo,
che può produrre una nuova tendenza, può influire.
D:
Meno prevenzione verso il nuovo, il giovane.
R: Sì.
In Italia, a livello di mercato, c’è prevenzione verso ciò che è
giovane.
D:
Quindi apertura verso ciò che è nuovo, giovane. E possibilità di che
cosa?
R: A
Londra, ad esempio, il Governo supporta i giovani marchi, i giovani
designer vengono supportati al cento per cento, con una serie di bandi
di concorso, ma anche di sovvenzioni che vengono date a fondo perduto.
Agevolazioni che qui in Italia sono totalmente ferme. Il supporto, in
Gran Bretagna, per i nuovi marchi parte dal Governo, e arriva alla
pubblicità; i giornali sono attirati dal marchio nuovo.
D:
In Italia parte tutto da un pubblico un po’ infantile che vuole
sicurezze, certezze.
R: Sì.
Se qui in Italia non abbiamo una rete di agenti forti non facciamo
nulla.
D:
All’estero un creativo può lavorare in prima persona.
R: Sì.
D:
Viviamo in un paese adagiato sul suo passato, in cui c’è troppa cultura,
una cultura vecchia, statica.
R:
Penso che l’Italia debba fare uno sforzo ad aprirsi verso qualcosa di
nuovo, e più giovane. Qui in Italia si punta sempre a privilegiare chi è
stabilizzato. Ci sono concorsi che, comunque, tendono a premiare sempre
e comunque solo aziende che sono stabilizzate almeno da 10 anni.
D:
E’ sempre un mistero qui in Italia come uno riesca ad acquisire quei 10
anni.
R:
All’estero si punta sulla forza dei giovani che escono dalle scuole e,
invece di andare nelle grandi case di moda, si mettono a creare qualcosa
di loro. A New York ho visto la stessa mentalità, lo stesso tipo di
supporto verso i giovani. Ho potuto comunque riscontrare questa
attitudine anche in Germania e in Belgio.
D:
Ma come mai si dice che la moda, il gusto siano italiani, e poi qui in
Italia c’è una situazione di stagnazione simile?
R:
Alle spalle abbiamo una storia della moda molto potente, dal ready
wear degli anni ’70, passando dal prệt-à-porter; in questo l’Italia ha ancora una sua
forte identità, perché se la paragoniamo a Berlino o ad altre città del
Nord, vediamo che lì ci sono interi quartieri tutti uguali,
contraddistinti da marchi globalizzati molto omogenei; in Italia c’è più
identità, anche se la paghiamo con una mentalità più statica.
D: A
me questa globalizzazione affascina, questo linguaggio del vestiario
universale. Però mi fa anche un po’ paura. Non è un po’ pauroso?
R: Sì,
perché ci sono dei costumi tipicamente italiani che, se veniamo
globalizzati, rischiamo di perdere; uno stile di vita che, se viene
spopolato, perde un certo tipo di mistero, di fascino e di identità
tipicamente italiane. L’Italia mantiene comunque il primato, perché ci
sono realtà che risalgono a identità storiche, i negozi e la
distribuzione più forti sono in Italia, il bello è il prodotto italiano,
un prodotto che mantiene un’immagine e una manifattura che sono
perfette. Anche uno street wear come il mio, un po’ concettuale,
all’estero fa gola, in quanto made in Italy, più che in Italia stessa.
D:
Mi sembra che tu colga del Nord gli aspetti di maggiore libertà
comunicativa ed espressiva, mantenendo però un prodotto fortemente
legato al gusto e all’identità italiane, per la qualità e la
manifattura.
R: Sì,
questa è la parte centrale, perché io desidero creare e mantenere un
prodotto che sia fatto qui, in Italia, che del gusto italiano abbia
qualità e fascino. Oltre che belle rifiniture e precisione, che sia
perfetto, ma aperto al nuovo.
D:
Quindi dinamismo europeo e gusto italiano.
Lo
sguardo sul mondo di un artista che si occupa di comunicazione e fashion
design, oggigiorno, a cosa deve essere attento? Cosa un artista oggi non
deve farsi sfuggire? Di un mondo in continuo cambiamento, che si sta
avvicinando sempre di più a una forma di omologazione dei gusti? E di
estensione delle paure? La gente ha molta paura.
R:
Secondo me un artista deve mandare il messaggio che bisogna cercare di
mantenere una certa individualità. Cercare di non farsi influenzare
troppo da quello che sta succedendo. Altrimenti cambia la percezione
delle cose.
D:
In un’epoca in cui tutto ormai è immagine, c’è ancora spazio per
l’immagine?
R:
Secondo me c’è ancora spazio per l’immagine, voglio essere positiva.
Però è difficile trovare qualcosa che ancora colpisca in maniera forte,
qualcosa di assolutamente nuovo. Che colpisca, e riesca a evolvere sopra
gli altri. A spiccare.
D:
C’è una produzione di immagini che colpisce la memoria a breve termine,
però a lungo termine si perde tutto.
R: Sì.
D:
Calimero non l’ha più inventato nessuno.
R: No.
D:
Neanche l’uomo in ammollo.
R:
Oggi, secondo me, c’è il troppo. Una via per difendersi da questo è
mantenere la propria identità, magari cercandola nel proprio passato,
per poter ri-creare qualcosa di nuovo. Altrimenti abbiamo di tutto di
più. C’è confusione e si fa fatica a scegliere.
D:
Quali rapporti ci sono tra le tue creazioni e i tuoi gusti musicali e
cinematografici?
R: Sono
molto forti. Il mio marchio è nato come qualcosa che possa occuparsi
di arte con qualsiasi tipo di diramazione, dalla letteratura alla musica
al cinema. Cerco un prodotto che abbia delle forti influenze anche da
altre correnti artistiche. Mi piace anche produrre videoarte e
performances; in me è molto forte l’influenza della musica, nordeuropea
e soprattutto british. Parto da queste influenze nel tentativo di
arrivare, comunque, a un prodotto pulito, che abbia un concetto ben
chiaro, infatti si chiama conceptual-streetwear.
R:
Grazie.
per conoscere meglio
l'artista, vai al sito www.maiden-art.com
Andrea Di Cesare
© Andrea Di Cesare, 2007
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