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La porta che separa...
di Andrea Di Cesare se lo volete contattare

(Nel
ricordo di Mark Spivak)
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“La porta che separa”, un’esperienza
di scrittura autobiografica e uso del computer come oggetto transizionale, in una struttura psichiatrica residenziale - “ADULTITA’,
17 aprile 2003, semestrale della casa editrice Guerini e Associati.
Redazione: Facoltà di Scienze della Formazione, Università degli Studi
di Milano-Bicocca. |


Quello che segue è il risultato di un lavoro iniziato
circa un anno fa, in maniera in parte casuale. Mi era stato chiesto di
svolgere dei ripassi al computer con un paziente nell’ambito di un percorso
riabilitativo, presso un Centro riabilitativo a carattere residenziale del
Nord Italia.
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Il lavoro presso il Centro divenne per me l’occasione – dopo
una lunga esperienza in s.p.d.c, a contatto con la sintomatologia produttiva
– di scoprire un lato che ancora non conoscevo a fondo della psichiatria: la
dimensione comunitaria, caratterizzata dal lavoro con pazienti affetti
prevalentemente da sintomatologia negativa. In questa dimensione, il lavoro
del terapista è caratterizzato soprattutto dalla necessità di operare
interventi sul piano |
psicosociale, nella continua ricerca di risorse vitali
– sul territorio e nella famiglia – capaci di ricreare un contatto tra il
mondo interno del paziente, impoverito dai sintomi negativi, e il mondo
reale. Scoprivo l’enorme drammaticità di quella fase della malattia che di
solito segue le manifestazioni più espressive e “spettacolari” che i
pazienti ci offrono durante le crisi acute: lo svuotamento dell’Io di tutte
le istanze produttive col le quali il paziente, nella crisi acuta, tenta di
ristabilire un contatto col mondo, contatto cui sembra rinunciare durante la
fase a sintomi negativi. La desolazione di questa fase è pari a quella di un
campo di battaglia dopo lo scontro a fuoco: morte e desolazione, terra
bruciata. Far rinascere un germoglio vitale su questo terreno è molto
difficile. Alle volte gli operatori, inconfessatamente, ci rinunciano.
Sarebbe di vitale importanza introdurre la riabilitazione in spdc, nella
fase precoce della malattia, al fine di facilitare nel paziente la presa
affettiva sul mondo circostante anche quando subentrano i sintomi negativi.
In questo Centro, dovetti in parte sbarazzarmi dei tecnicismi, per dispormi
a un tipo di incontro più empatico. Otto ore ogni giorno a contatto di
soggetti a sintomatologia negativa impone un abbassamento delle barriere da
parte del terapista, al fine di entrare in un gioco affettivo nel quale le
parti (curante/malato) non siano più scisse. Il “gioco” della
riabilitazione, un gioco molto serio e faticoso, impone che curante e malato
giochino sullo stesso terreno, proprio come i giocatori di una partita di
calcio giocano sullo stesso campo, altrimenti il gioco sarebbe impossibile.
Il Centro, in quanto struttura intermedia, svolge la funzione di spazio
transizionale, nel quale il paziente può simulare l’incontro con Mondo, con
la realtà, entità che egli ha rimosso con la psicosi e vissute come
spaventose. Il Centro è una spazio in cui poter giocare, in cui poter
simulare, senza elevati rischi, un incontro col mondo reale. Uno spazio di
relativo contenimento, e quindi protetto dai rischi di un incontro troppo
realistico col mondo esterno. La realtà, che il paziente si è lasciato alle
spalle, è alle porte. Potremmo dire che sia proprio oltre la porta che
separa lo spazio interno – di gioco – del Centro, da quello esterno –
crudele e realistico – del Mondo. Questa linea di demarcazione sembra
strutturare nella mente del paziente un confine tra il sé malato, non
integrato, e le parti di sé più evolute. E’ su queste ultime che devono
rivolgersi gli interventi psicosociali, attraverso un superamento di quel
confine fisico, che lentamente permetterà al paziente di integrare
maggiormente anche dentro di sé le aree intaccate dalla malattia, dalla
regressione, con le proprie aree di funzionamento ancora sane. Se fuori dal
Centro il paziente è costretto a recitare la parte del malato, è all’interno
del Centro, invece, che può gradualmente assumere ruoli connotati da
comportamenti gradualmente più vicini all’ideale di funzionamento sano.
Sappiamo dalla psicoanalisi che la “salute” è solo un ideale al quale
l’individuo può avvicinarsi o allontanarsi a seconda dei momenti della vita.
All’interno del Centro, queste fluttuazioni, a volte impercettibili, sono
accettate come espressione di movimenti interni di accomodamento necessari
alla progressiva, anche se sempre parziale, riappropriazione di territori
vitali da parte del paziente. Il marcato andamento cronico delle patologie a
sintomi negativi, impone una particolare attenzione anche ai piccoli
progressi o regressi riscontrabili nel quadro clinico e relazionale. Uno
psicotico possiede certamente delle buone ragioni a giustificare il suo
ritiro dal Mondo. Se si lavora senza mai interrogarsi sulla validità della
psicosi come attiva scelta esistenziale, si finisce per cedere totalmente a
una visione che vede lo psicotico come “oggetto” passivo di meccanismi
biochimici, che escludono la matrice esistenziale del suo male. Di
conseguenza, si finisce per essere degli addestratori, che impongono ai
malati una serie di regole, le proprie, viste come migliori e più
desiderabili delle loro. Prima di imporre il nostro punto di vista al
malato, dovremmo cercare di interrogarci sul suo punto di vista. Fatto
questo, la nostra non è più una semplice imposizione, ma diventa una
proposta che il malato, uscendo per brevi sprazi dal suo narcisismo, può o
meno prendere in considerazione. Il nostro lavoro di riabilitatori, a questo
punto, consiste nel far sì che il malato possa prendere in considerazione,
anche solo di striscio, la nostra proposta. I benefici narcisistici offerti
dalla psicosi sono elevati. Perché la nostra proposta possa essere
apprezzata dal malato, non deve entrare in conflitto con la psicosi, non
deve essere messa sullo stesso tavolo della psicosi, salvo essere subito
scartata. La psicosi è un dato di fatto e non va messa in discussione. Sul
tavolo della psicosi non ci si può mettere altro. Noi terapisti dobbiamo
aggiungere semplicemente un altro tavolo, accostarlo a quello della psicosi,
e porvi sopra la nostra proposta. Solo così il paziente si potrà sentire al
sicuro, e solo così comincerà per brevi periodi, attimi infinitesimali, a
sporgersi sul nostro tavolo, senza troppo impaurirsi. Il passo successivo è
interrogarsi su come formulare la proposta. Ci sono tempi e modi da
rispettare, affinché la nostra proposta abbia una minima speranza di
successo. Questo aspetto rientra, a mio avviso, nel vasto problema della
“relazione”. Qual è la specificità della relazione riabilitativa, rispetto
alla relazione terapeutica? In riabilitazione si deve lavorare con
la persona, ma spesso il prendersi cura dei suoi bisogni concreti, ci fa
lavorare intorno alla persona, come in una sorta di rapporto
avvolgente e protettivo. Il terapeuta, invece, lavora dentro la
persona, cerca di penetrare le sue difese e di modificarle, attenuarle. Il
lavoro del riabilitatore è soprattutto un lavoro di supporto alle funzioni
danneggiate dell’Io del paziente. In certi casi l’Io dell’operatore agisce
da “protesi” aggiunta all’Io, più fragile, del paziente. La perdita di
abilità sociali e cognitive, pone il paziente in una condizione di profondo
disorientamento. Spivak ha saggiamente distinto l’indipendenza dall’autonomia,
facendo notare che lo schizofrenico è indipendente (nel senso che non cerca
la relazione) ma non autonomo. Il suo disorientamento cognitivo, e la
perdita, spesso per disabitudine, delle più elementari abilità necessarie al
funzionamento sociale e interpersonale, rendono necessaria l’attivazione di
una rete di supporto, una sorta di Io protesico rappresentato dalle assidue
cure dell’équipe. E’ in questo quadro che, con F., ho impostato il mio
intervento volto all’acquisizione di abilità cognitive attraverso l’uso del
computer. F., di trentaquattro anni, con una lunga storia di
istituzionalizzazione psichiatrica alle spalle, diagnosticato come
“schizofrenico”, è una persona dal carattere inibito, timido (preferisco non
usare termini “clinici” ed etichettanti, ma mantenermi su un linguaggio
“corrente”) difficile da avvicinare, forse perché sfiduciato tanto verso il
prossimo quanto verso sè stesso. Ogni “schizofrenico” ha alle spalle una
lunga storia di delusioni in parte ricevute, in parte inflitte (a
famigliari, amici, curanti). Si comprenderà, allora, quanto sia difficile
instaurare un rapporto costruttivo e di fiducia con una persona che, agli
occhi della società – oltre che di sè stesso - è uno “schizofrenico”. Il
termine “schizofrenia” non lascia speranza perché contiene la convinzione,
da parte di chi lo applica, di una alterazione biologica che implica
l’”incurabilità”, e la totale “alterità” e “incomprensibilità” tra
“schizofrenici” e “normali”. Malgrado F. - stando ai manuali - fosse su un
piano di “alterità” e “incomprensibilità”- concetti sui quali si è sempre
basata la cultura del manicomio - non ho rinunciato, sin dall’inizio, a
evitare di fare una cosa che, nei manicomi, si faceva normalmente, tanto per
levarsi di torno il paziente: dare a F. la sigaretta ogni volta che me la
chiedeva. Gli dicevo che gliene davo volentieri una, a patto che se la
venisse a fumare in mia compagnia nel mio studio, in modo da parlarci e
conoscerci. Questo fu il passo iniziale per avvicinare F., dargli fiducia e
rispetto. Credo non ci sia rapporto umano valido che prescinda da questi due
valori. Lavorare al computer con F. – più che dare al paziente le conoscenze
del computer, cosa di dubbia utilità vista in se stessa, ma che
l’istituzione mi chiedeva – non ha fatto altro che rafforzare la reciproca
relazione di stima e fiducia. Il computer ha agito da oggetto transizionale
che, posto tra me e il paziente, ha permesso a quest’ultimo di sperimentare
un rapporto umano e affettivo con un certo grado di protezione da contenuti
affettivi altrimenti ansiogeni. Il ripasso si componeva di due sedute alla
settimana di venti minuti circa ciascuna. Invece di far imparare a F. il
computer in maniera meccanica e passiva, come sarebbe avvenuto se gli avessi
dato delle pagine preformate da trascrivere, ho preferito dire ad F., sin
dalla prima seduta, di scrivere quello che gli venisse in mente. Sin dalla
prima volta F. ha sentito il desiderio di apporre la data al paragrafo nel
quale avrebbe scritto un breve resoconto della giornata. Si era venuto così
componendo un diario col quale F., oltre ad imparare ad usare la tastiera
del computer, stava via via imparando a prendere contatto – senza che io lo
sollecitassi indebitamente infrangendo le sue difese – col suo mondo
interiore. Era una presa di contatto che aveva toni delicati se non pudichi.
Di certe cose F. preferiva parlare a voce, senza lasciare traccia scritta, e
me lo diceva o me lo faceva capire. In fondo, in questo, non aveva tutti i
torti e denotava un certo saper vivere. Gli ultimi tempi - il giorno prima
del ripasso - F. era solito chiedermi: < Domani facciamo il computer? > Fino
a non molto tempo prima, io stesso andavo a chiamare F. nella sua stanza, e
F. si faceva trovare pronto con la cartelletta in mano. Durante una delle
ultime sedute, andai a chiamare F. nella sua stanza, quando me lo trovai
davanti alla porta nell’atto di venirmi incontro: una sorta di telepatia che
mi dimostrava che, l’aver sempre rispettato l’ora e i giorni dei “ripassi”
(così, per diplomazia, continuavo a chiamarli coi colleghi) quasi come la
madre fa col neonato nel somministrargli la poppata, ha fatto sì che F.
interiorizzasse questa attività e si attaccasse ad essa.
29/2/2000
Sto imparando ad usare il computer. Mi annoio un
po’, forse perché sono le prime lezioni. Dovrei pagare anche il resto della
somma, avendo solo pagato la caparra; la caparra era di lire 100.000. Sono
soldi spesi bene a patto che impari a usare il computer.
(…)
F. cominciò la sua avventura diaristica con delle
ragionevolissime considerazioni pratiche. Le lezioni di computer cui F. si
riferiva, erano quelle che, due volte la settimana, seguiva in un Centro di
formazione esterno alla struttura in cui avvenivano, invece, i ripassi con
me. Quelle lezioni esterne, paradossalmente, lo confermavano nella sua
condizione di “anormale”, mentre i ripassi – se vogliamo più
“istituzionalizzati”, interni alla struttura – rivelavano gradualmente le
risorse sane, le aree di pensiero di F. non ancora intaccate dalla psicosi.
(…)
14/03/2000
Finalmente hanno riparato la televisione; ieri
abbiamo visto un programma di cui non mi ricordo il titolo, ma ricordo che
non era molto bello. Andrea mi chiede se mi piace la TV, ma io non gli so
rispondere. Tuttavia prediligo films come “Walker Texas Ranger”, perché mi è
simpatico il protagonista, che è Chuck Norris, un tipo non tanto alto,
biondo e con la barba.
Tra gli altri programmi, seguiamo anche il
telegiornale.
La vita scorre, all’interno del centro, scandita
dalla colazione, dalla lettura del giornale, dal pranzo, dall’appuntamento
con le attività risocializzanti e coi telefilm. I pazienti vivono in una
dimensione di devitalizzazione affettiva, che li fa assomigliare, agli occhi
dei curanti, a strani esseri incomunicabili e separati dal mondo. Gli
operatori cercano il dialogo con questi strani, sfuggenti esseri delle
“profondità”. Se questi ultimi si rifiutano di “dialogare” con gli
operatori, avviene che gli operatori prendano provvedimenti drastici al fine
di stabilire chi è preposto a dare le regole, e chi a seguirle. L’uso del
farmaco, dell’attività risocializzante, molte volte interpretati –
inconsapevolmente – in maniera sadica dall’operatore, finiscono per rendere
le difese del paziente ancora più attive e impenetrabili. Ma c’è il momento
in cui queste difese, come un guscio protettivo, cadono, e il paziente
sembra essere divenuto più malleabile, più ragionevole. In verità sta solo
scimmiottando i discorsi degli operatori, dei “normali”, e in cartella - con
parole soddisfatte – si annota che la “terapia” ha avuto successo.
16/03/2000
Oggi, malgrado non mi senta tanto bene, andrò a
scuola di computer. Non mi sento bene perché mi annoio. Vorrei almeno un
minimo di divertimento, che, secondo me, ognuno di noi deve cercare. Dico
questo, perché il divertimento fa parte della vita di una persona. Secondo
me il divertimento è stare bene. Stare bene è la mia salute. La salute è di
tutti, ed è un nostro diritto cercarla.
Andrea mi dice di scrivere almeno quanto il
14/03/2000. Io gli rispondo che l’argomento del 14/03 era effimero, mentre
l’ultimo pensiero era serio.
(…)
Davvero simpatico, F., con questa sua ultima
affermazione. Le frasi hanno un peso, ogni battuta ha un peso. Quindi,
stando al suo ragionamento, una frase seria, con poche battute, peserà tanto
quanto una frase “effimera” con più battute. Al di là della simpatia che si
può provare davanti a simili considerazioni, si nasconde il vero dramma di
F. Cosa si cela nell’animo di questo “bambinone”, di questo solerte,
tranquillo e slavato adulto-bambino? F. davvero non dà mai segno di
irritabilità o violenza. Sembra proprio un “buon schizofrenico”, un soggetto
malleabile, che accetta le terapie, che ti segue se gli chiedi “per il suo
bene” di fare un giro in paese, mentre tu sei giustificato nell’assenza
durante la quale ti compri le sigarette, o fai un po’ di spesa per la cena.
Il “buon operatore” sa come far collimare ciò che “fa bene al paziente” con
ciò che gli serve comprare in orario lavorativo, per non rubare tempo ai
suoi figli, al coniuge e al film tv. La furbizia di F., che “pesa” le frasi,
in fondo non è altro che lo stesso tipo di furbizia che, in termini di
istituzionalizzazione e burn-out, sviluppa anche l’operatore in ambito
istituzionale.
(…)
21/03/2000
Oggi 21/03/2000 è l’inizio della primavera. Ci
rendiamo conto di questo cambiamento perché sentiamo il canto degli uccelli,
e vediamo le gemme sugli alberi. Io dalla mia camera vedo queste cose, come
i fiori delle forsizie, le violette, le margherite gialle. Inoltre vedo i
merli che continuano a cercare i semi da mangiare. Per me, vedere queste
cose è un po’ monotono, perché, in realtà, è interesse dei naturalisti.
Io e P., oggi, siamo andati a fare un giro a…, e
abbiamo visto gli orologi.
(…)
06/06/2000
Ieri era il mio compleanno ed è venuto a trovarmi
mio fratello, che mi ha regalato una scatola di biscotti. Mi ha regalato
anche cinquantamila lire.
Oggi faccio un po’ fatica a usare il computer.
E’ arrivato il gran caldo pur essendo solo giugno.
Mi sono bloccato, ma posso andare avanti con
l’aiuto di Andrea.
(…)
29/06/2000
Oggi, con la Dottoressa …ho fatto dei test che in
passato anche il Dottor…mi aveva proposto. Ho bevuto il succo di frutta
gelato e mi è venuto il mal di pancia. Adesso, passato qualche minuto, mi
sembra di stare meglio.
Il mio amico Andrea resterà assente una settimana
perché andrà in campagna, e ci salutiamo sorridendo.
(…)
17/08/2000
Martedì scorso, con i miei genitori, sono andato
sul Lago Maggiore, precisamente a Stresa.
Stresa non è un’isola ma una città di terraferma.
C’era il lungolago, e tante macchine. Il lungolago era molto lungo e c’erano
tante barche a vela e a motore con la cabina e senza. Col battello siamo
arrivati su un’isoletta e abbiamo mangiato al ristorante. Era pieno di gente
che aspettava di mangiare.
I clienti erano un po’ tristi per la fatica di
aspettare. Malgrado mangiassero erano un po’ tristi, e io disorientato, e
senza riferimento, e mi fa un po’ paura.
Probabilmente pioverà così staremo più freschi.
(…)
12/10/2000
E’ arrivato l’autunno coi primi freddi. Qui al
Centro fa molto freddo e domani dovrebbe accendersi il riscaldamento.
Sulle strade ci sono le
foglie secche e gli alberi sono nudi, e la loro vita rallenta, ma la nostra
non rallenta, perché ci copriamo. Tuttavia a noi uomini viene un po’ di
malinconia per via del cielo grigio. In questo momento non sento la
malinconia perché sto guardando il monitor.
(…)
02/11/2000
Oggi il Caposala mi ha dato la notizia che
probabilmente cambio camera. Dovrò trasportare tutte le mie cose, e mi farò
aiutare da qualcuno. Sono molto contento di questo cambiamento.
(…)
02/01/2001
E’ arrivato l’anno nuovo, e ha portato diverse
novità fra cui un po’ di soldi. Per Natale il Centro mi ha regalato una
sciarpa: da un lato di seta, dall’altro di lana. Le mie zie mi hanno dato un
po’ di soldi, che io vorrei mettere da parte per le casse nuove. A Natale ha
nevicato, e fa tuttora molto freddo.
(…)
09/01/2001
Sento la mancanza dei miei genitori, ma non so
cosa fare. Penso che mi potrebbe aiutare il mio terapista Andrea.
Penso anche che mi
potrebbe aiutare mio fratello. Per il momento vivo al Centro, e faccio uso
di questo computer.
Prendersi cura dei bisogni concreti del paziente, non significa che quelli
più profondi vengano messi in secondo piano. Significa, al contrario,
raccogliere la comunicazione di un bisogno profondo tradotta su un piano
concreto. Chiedendo a un infermiere che gli venga spuntata un’unghia, il
paziente chiede al tempo stesso un accoglimento sul piano emotivo profondo.
La cura, la presa in carico affettiva di parti profonde avviene anche
attraverso atti di questo tipo, alla stessa maniera di quanto avviene tra
madre e bambino, nella fase in cui il bambino non è ancora del tutto
autonomo. E’ l’équipe nella sua totalità di ruoli ad offrire al paziente la
reverie materna di cui egli ha bisogno. F. mi ha aiutato a capire che
il lavoro della riabilitazione necessita di più figure, ognuna delle quali
soddisfa parti diverse della personalità frammentata dello psicotico.
Cominciai a chiedermi in che spazio si collocasse il mio lavoro. Credo che
quello che ho fatto con F. mi collocasse in una posizione intermedia,
transizionale, proprio come intermedio, o transizionale, è lo spazio di
“gioco” in cui opera il riabilitatore psichiatrico. Il riabilitatore si
trova ad operare in uno spazio di gioco nel quale può mettere in atto una
serie di interventi “operazionali” sulla base di una
sufficientemente buona relazione affettiva, insieme e intorno
al paziente.
Andrea Di Cesare
© Andrea Di
Cesare, 2003
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