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Chi non conoscesse Ivan
Guerini farebbe bene a documentarsi sulla storia dell’arrampicata libera in
Italia, in quegli anni, fatti di slanci e contestazioni, in cui una
generazione di ribelli dava “l’assalto al cielo”, nelle città con
manifestazioni possenti, collettivi, concerti epocali e cortei spesso sedati
dalla polizia, e in quella ritrosa parte delle Alpi Retiche - la Val Masino
– arrampicando e aprendo indimenticabili vie su granito, annunciando al
tradizionale, accademico mondo alpinistico il “gioco dell’arrampicata”,
inteso non più come conquista dell’Alpe – vetusta frase che – ai miei tempi,
non so oggi – era riportata sulla tessera del CAI – ma come intimo rapporto
con la natura, sé stessi, gli altri, filosofia di vita impostata sui valori
positivi dell’anarchismo, che i nostrani danzatori avevano importato dai
colleghi della Yosemite Valley (California).
Le analogie con la comunità degli arrampicatori californiani non si
fermavano alla tipologia di roccia su cui entrambe le scuole si cimentavano,
ovvero, il granito compatto delle big-wall, che in California avevano il
nome di Half Dome, El Capitain, Sentinel Rock, e in Val Masino avevano i
nomi di Qualido, Precipizio degli Asteroidi, Scoglio delle Metamorfosi,
ecc…ma si inoltravano sul terreno della riflessione etica sull’uso dei mezzi
tecnologici in parete, rifiutati come simbolo di aggressione dell’uomo sulla
natura. Dagli arrampicatori californiani – che si iperproteggevano, mettendo
anche un rinvio ogni due metri, ma mai forando la roccia per inserire chiodi
a espansione – i nostri amici della Val di Mello avevano importato l’assunto
etico di dover lasciare sempre la parete come la si era trovata, quindi,
schiodando con forza e pazienza tutti i punti di sicurezza che il primo di
cordata aveva posto nella sua salita.
Diversamente dalle forme più esasperate di free-climbing che hanno iniziato
ad affermarsi dalla metà degli anni’80, che impongono un massiccio uso di
spit, di tecniche di autoprotezione aggressive e invasive della roccia, per
nulla sportive ed estetiche, trasformando il poetico gioco dell’arrampicata
in un volgare atto di forza, la filosofia che in quegli anni albergava nella
comunità dei nuovi maestri in Val di Mello era imperniata sul più puro
rispetto della roccia, considerata alla stessa stregua di un essere vivente,
che entrava in dialogo – e qui risiedeva il gioco – con la mente e il corpo
dell’arrampicatore. Nasceva in quegli anni la sperimentazione su nuove ed
ecologiche forme di autoassicurazione: i primi dadi ad incastro, eccentrici,
nuts, friends, molto efficaci nelle fessure del granito. Permettevano, e
permettono tutt’oggi, di assicurarsi senza l’uso del martello, sfruttando
l’incastro della forma eccentrica nella spaccatura – in genere abbastanza
regolare – del granito, con successiva e facile “pulizia”della parete da
parte del secondo. Venivano e vengono ancora usati nelle big-wall, ma sono
diventati di uso comune anche su salite brevi, per la dinamicità che offrono
nelle operazioni di autoassicurazione. Forse oggi si è dimenticata l’origine
di questi ritrovati, ma bisogna sapere che essi sono frutto dello sforzo di
intere comunità di arrampicatori-filosofi che – a partire dagli anni ’60
soprattutto in California – hanno avviato una “ricerca” su forme di
alpinismo integrate con l’ambiente, non invasive, ecologiche, in sintonia
con i moti di rinnovamento artistico (si pensi alla beat-generation)
politico e ideologico in voga in quella fetta indimenticabile di lustri del
secolo scorso. Si potrebbe affermare che l’arrampicata così intesa non solo
era – ed è – “gioco”, ma è arte, atto di cultura prima di tutto, e solo
secondariamente performance sportiva. Da allora non si dà più assalto
all’Alpe, ma si gioca, trovando terreno creativo e ri-creativo anche in quei
massi di fondo valle alti pochi metri, su cui anche i bambini possono
cimentarsi. Parallelamente nasceva per l’appunto il “bouldering”, per alcuni
inteso solo come allenamento, per altri, come per i francesi della Scuola di
Fountainbleu, disciplina a sé. Dalla big-wall al semplice masso di pochi
metri, il gioco dell’arrampicata si svolgeva seguendo le stesse regole,
inseguendo gli stessi valori etici ed esistenziali, estetici e filosofici.Vorrei
concludere questa mia semplice nota, dicendo che Ivan Guerini è nato a
Milano nel 1954, e – come i primi free-climber della metropoli – si
cimentava sulle roccette di conglomerato dei Giardini Pubblici di Porta
Venezia. Il gioco arrampicata, per Ivan e per tanti di noi, non era qualcosa
di sostanzialmente legato solo alla montagna, ma una forma di ricerca oltre
i confini della parete. La parete iniziava laddove c’era un ideale. Ancora
oggi, su uno strapiombo di sei metri d’altezza, davanti a un laghetto di
questi giardini, un occhio attento può scorgere il chiodo – ormai
arrugginito - che Ivan infisse sfidando le ronde dei vigili urbani.
Andrea Di Cesare
© Andrea Di Cesare, 2004
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