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ideabiografica.com - rivista on line - Registrazione Tribunale Milano n. 148 del 14 marzo 2007 direttore responsabile: Andrea Di Cesare |
I “pettini” di Capogrossi
di Barbara Silvia Ramponi “…sono
convinto di non avere sostanzialmente cambiato la mia pittura, ma di
averla solo chiarita. Fin dal principio ho cercato di non accontentarmi
dell’apparenza della natura: ho sempre pensato che lo spazio è una realtà
interna alla nostra coscienza, e mi sono proposto di definirlo”. Così
affermava Giuseppe Capogrossi (Roma 1900 – 1972) in occasione della
collettiva The New Decade. 22 European Painters and
Sculptors del 1955 al MoMa di New York.
E individuava l’origine della propria vocazione artistica in
un’esperienza vissuta a 10 anni, visitando un istituto per ciechi, quando
rimase profondamente emozionato nell’osservare i disegni dei bambini,
fogli fitti di piccoli segni neri, espressione di un alfabeto interiore.
Così Capogrossi, studi classici e laurea in giurisprudenza alle spalle,
dopo la guida iniziale di Felice Carena e anni di fortunata pittura
figurativa (nel 1927 la prima esposizione, alla collettiva della Galleria
Dinesen e nel ’30 la prima partecipazione alla XVII Biennale veneziana),
volse all’astrattismo informale. Una mutazione che Argan (1967) definì
coraggiosa, al limite dell’incoscienza, senza ritorno. Fu l’emersione
della famosa sigla identificatrice, quel segno dentato “a pettine”
germinante già nella fase figurativa che Argan interpretava quale costante
radice semantica, generatrice però di infinite declinazioni possibili e
che dunque rispecchierebbe un concetto di spazio come campo di
comunicazione, vale a dire di relazione fra l’io interiore dell’artista e
la realtà esterna. Non perciò un simbolo misterioso, poiché il segno non
rappresenta, bensì significa, in una continua “variazione…tutta
ragionata…quindi minima” (G. Ungaretti, 1968), nel flusso situazionale in
cui si trova a interagire. Nel 1950 la prima mostra di opere non
figurative alla Galleria Il Secolo di Roma e nel 1951 la fondazione, con
Ballocco, Burri e Colli del Gruppo Origine, obiettivo l’”evocazione
di nuclei grafici, linearismi e immagini pure ed elementari”. La Galleria
Il Castello di Milano rende omaggio al pittore romano a partire da quel
momento cruciale di scelta astratta con una retrospettiva di 25 dipinti
realizzati tra il 1947 e il 1972, a conclusione di un progetto che ha
presentato nello spazio espositivo figure celebri e di spicco dell’arte
del ‘900 quali Joan Mirò, Lucio Fontana, Piero Dorazio e Gianni Dova. L’informale
segnico di Capogrossi approda alla fondamentale Superficie CP757
(1954; tempera su cartoncino bristol, 50x70,5 cm), dove il nero del segno
sul bianco del foglio dichiarano al contempo “tabula rasa e opera
totale…alfa e omega” dell’arte (M. Fagiolo dell’Arco, 1967). In
Superficie 723 (1956-1972; olio su carta applicata su tela, 101,5x70,5
cm) le trame a pettine tessono l’ordito di fondo in una vivace messa in
discussione del rapporto. In Superficie CP 839 (1971-1972; tempera
e collage su carta intelaiata, 70,8x99,5 cm) Capogrossi sperimenta il gioco
degli spessori, lo scarto dimensionale dei caratteri, il contrasto
lucido/opaco. In una continua ricerca aperta a temporanee soluzioni nel
contesto dialettico fra la propria identità e l’altro da sé. Galleria Il
Castello, Via Brera, 16 – Milano 28 novembre
2008 – 7 febbraio 2009 da martedì
a sabato ore 10,30-14 e 15-19; lunedì ore 15-19; domenica chiuso Catalogo a
cura di A. Conte e M. Conte - Edizioni Galleria Il Castello - Milano,
2008 Euro 10,00 Barbara Silvia Ramponi
© Barbara
Silvia Ramponi, 2008
GIUSEPPE
CAPOGROSSI
Giuseppe
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