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ideabiografica.com - rivista on line - Registrazione Tribunale Milano n. 148 del 14 marzo 2007 direttore responsabile: Andrea Di Cesare |
UN
CAPOLAVORO PER MILANO La
Giuditta di Botticelli di Barbara
Silvia Ramponi Giuditta
piena di grazia incede leggiadra a passo di danza. La segue ansiosa la
fida ancella Abra, col macabro trofeo, la testa mozzata di Oloferne
avvolta nella cesta, i premurosi occhi indagatori: perché la sua signora
volge indietro il capo e altrove il melanconico sguardo? Giuditta
reca ulivo e scimitarra insanguinata, Pace e Giustizia per il popolo
d’Israele. Torna a casa, a Betulia laggiù, ove il cielo terso rasserena e
cavalieri e fanti assiri abbandonano in fuga l’assedio e il campo.
“Benedetta sei tu, figlia, davanti al Dio altissimo, più di tutte le donne
che vivono sulla terra e benedetto il Signore Dio…che ti ha guidato a
troncare la testa del capo dei nostri nemici” (Testo biblico dal libro di
Giuditta).
Giuditta, giovane, ricca, virtuosa vedova di Manasse, non si cura
della propria fulgida bellezza, né dell’incresparsi estenuato
dell’abito delicatissimo che l’avvolge, né delle preziose gioie che
l’adornano. Una perturbatio animi, moto dell’anima, ne volge il
pensiero al crudele omicidio commesso. Così agghindata ha sedotto,
ubriacato, assassinato la sua vittima. Con l’inganno, a tradimento,
nel buio. “Dammi forza Signore Dio d’Israele, in questo momento”. Un
delitto efferato.
Giuditta non ha compreso. Ha risposto alla chiamata di Dio, ha
compiuto la volontà di Dio che l’ha scelta. Ha rischiato
“contaminazione e vergogna”, la virtù e la vita, eroina per la
salvezza del suo popolo. Reclina il
capo Giuditta, si abbandona alla melanconia del platonicus e ci
dona la cifra inconfondibile della bellezza botticelliana, quell’affiorare
d’un sentimento inquieto tra evocazione del passato e anelito al futuro,
tra istintualità ferina e vocazione spirituale al divino, sofferto
privilegio dell’umana condizione. Vi si riflettono le dotte conversazioni
neoplatoniche del cenacolo mediceo. All’alba la
sconvolgente scoperta: il comandante supremo non ha udito il clamore
dell’attacco israelita. Nell’ombra della tenda, rischiarata dall’aurorale
luce corrusca, lo spettacolo è atroce. Orrore e sconforto alla vista
raccapricciante del cadavere scomposto, decapitato, il sangue che zampilla
ancor vivido sulle lenzuola candide del letto da campo. Il
ritorno di Giuditta a Betulia e La scoperta del cadavere di
Oloferne del Botticelli (Firenze 1445-1510). Due piccole tempere su
tavola (cm 31x25 cadauna) destinate alla devozione privata, certamente
elitaria, a noi ignota. Ricordate da fonti e documenti solo a partire dal
Cinquecento come dono di Rodolfo Sirigatti a Bianca Capello, seconda
moglie di Francesco I de’ Medici e pervenute per via ereditaria alle
collezioni degli Uffizi. Databili intorno al 1470, in quella fase di
raggiunta autonomia stilistica che, fatto tesoro dei debiti al maestro
Fra’ Filippo Lippi, si arricchisce di nuovi stimoli e contatti: Verrocchio,
Pollaiolo, Mantegna e l’”officina” dei Ferraresi. È familiare, Giuditta,
della Fortezza (Firenze, Galleria degli Uffizi), importante
commissione per il Tribunale della Mercanzia, documentata al 1470, che
segna la prima maturità dell’artista. Non era
nuovo il Botticelli a questo genere di operette, sorta di “devozionali
tascabili” per noi così curiosi. Ciò che stupisce, oltre la perizia
tecnica e la raffinatezza formale degne d’un orefice, è l’originalità
interpretativa del soggetto iconografico e dunque l’istanza iconologica
che la sostiene, che fanno di questi oggetti devozionali dei piccoli
capolavori. Pregio
dell’agile Catalogo è porre al centro proprio la questione iconologica,
proponendo lo stringente confronto con il testo biblico del libro di
Giuditta. Perché Botticelli ha distinto in due tempi un tema che
tradizione e principi rinascimentali volevano unificato? E perché,
soprattutto, ha voluto conferire ai due momenti dimensioni psicologiche
così diverse? Mossa Giuditta da una fresca brezza primaverile, calato
Oloferne in una cupa “fucina di Vulcano”, insieme una riflessione sulla
natura umana, luce e ombra, passato e futuro legati dall’umano sentimento
che dà senso. Ma anche l’occasione di manifestare quel brioso e un po’
bizzarro gusto del racconto che si esprimerà poco più tardi nelle quattro
celebri tavole illustranti la Novella di Nastagio degli Onesti
(1483), un unicum per felice mescolanza di differenti registri
espressivi. Torna alla memoria il profilo del giovane pittore tratteggiato
dal Vasari, inquieto sempre, stravagante, piacevole e faceto. Ora “Un
Capolavoro per Milano”, lodevole iniziativa annuale del Museo Diocesano
giunta alla sua sesta edizione, grazie al prestigioso prestito degli
Uffizi ci offre l’occasione unica di apprezzare da vicino
le due operette d’arte sacra, accostandoci spiritualmente alla loro
originale fruizione.
UN
CAPOLAVORO PER MILANO La Giuditta di Botticelli Museo Diocesano, Corso di
Porta Ticinese, 95 – Milano 1 ottobre 2008 – 14 dicembre 2008,
ore 10-18. Chiuso il lunedì Catalogo a cura di Paolo
Biscottini Silvana Editoriale
Barbara Silvia Ramponi
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