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ideabiografica.com - rivista on line - Registrazione Tribunale Milano n. 148 del 14 marzo 2007 direttore responsabile: Andrea Di Cesare |
INTERVISTA A GABRIELE CROPPI –
FOTOGRAFO – a cura di Andrea Di Cesare MILANO – Piazza Cadorna – 26
ottobre 2007 IL PARADOSSO DEL SOGGETTO
Gabriele Croppi, 33 anni, una vita in gran parte
passata dietro l’obiettivo. Al suo attivo reportages da Cuba (Cuba
Last Minute) Balcani e Amazzonia. Un obiettivo
inizialmente affidato al sociale, all’impegno per i poveri, gli
oppressi. Un obiettivo, quello di Gabriele Croppi, che sa anche essere
critico e autocritico, di fronte alle ipocrisie di certo impegno
sociale: sì – dice – mi sono occupato di reportages sociali, amo, come
tu hai colto attraverso Sironi e Testori, narrare la/le città. Ma mi
sono accorto che l’oggettività è una mera illusione. Un’illusione
ottica, dico io, per rimanere in tema. Un paradosso, risponde Croppi,
più in linea col suo maestro Fernando Pessoa. Già, un’illusione
paradossale, in quanto il soggetto, nel momento in cui fissa il suo
obiettivo, non ritrae la realtà, ma un istante della propria vita. Detto
questo, quale senso ha il reportage sociale, se quando scatto, scatto
solo per ritrarre me stesso, il mio soggetto? Sono sempre e comunque
irriducibilmente narcisista, anche quando faccio lo scatto a un povero del
Sud del mondo. Dopo 15 anni di attività, sono giunto a questa sofferta
conclusione, una conclusione che pago col mio lavoro, che ho raggiunto
con l’esperienza unita alla riflessione.
Per gentile concessione ©
Gabriele Croppi
Per gentile concessione ©
Gabriele Croppi
Sento nelle parole di Gabriele Croppi, in verità,
un impegno che va oltre lo scatto sociale, un impegno di verità e
sincerità che lo lacera internamente. Rinunciando all’impegno sociale,
Gabriele Croppi non rinuncia, però, a una riflessione etica sull’essere
fotografo: quando vado in Amazzonia, per cosa fotografo? – si chiede
Croppi – per cambiare e migliorare le cose, o per me stesso? Ci sono
tribù che vivono ancora totalmente isolate dall’uomo occidentale, e io
fotografandole compio un sopruso enorme, introduco un disequilibrio. Una
specie di virus, dico io. Sì, un virus, un’alterazione. Croppi continua,
citando 2000 anni di Storia, dall’Antica Grecia a oggi, 2000 anni che ci
hanno resi materialisti e consumisti. Come liberarcene? E’ difficile,
non basta uno scatto fotografico, e tornarsene a casa propria. Queste
parole non bastavano, però, a delineare il lavoro di Gabriele Croppi
artista, impegnato - come già sapevo - sul fronte della ricerca
estetica dei linguaggi comuni alle varie arti visive. Per capire
meglio cosa si celasse dietro questo volto serio e autocritico, gli
domandai: < Puoi dirmi qualcosa sulla tua attività presente,
sulla tua ricerca artistica, incentrata sul rapporto tra fotografia
e letteratura, pittura, cinema? > R: Se esiste una
linea di continuità nella mia attività, è certamente il tipo di
approccio e di concezione della fotografia, del suo ruolo
all'interno della società e delle relazioni con le altre arti.
Nascendo come pittore, e rafforzando, nel tempo, una convinzione
'anti-realistica' e 'soggettivistica' del
linguaggio fotografico, il
dialogo fra fotografia ed altre arti, è diventato negli anni una
costante fonte di ispirazione. In ciò, hanno giocato (e tuttora giocano)
un ruolo fondamentale alcune convinzioni, sulle quali si fonda la mia
poetica. Da un lato, il desiderio di riconoscere un senso estetico
comune: condiviso, senza eccezioni, da tutte le arti, dalle più giovani
alle più tradizionali. Un senso estetico che si manifesta nella
continuità (a partire dai 'topoi' formali e contenutistici dei temi
della mitologia classica e religiosa, dei generi, ecc...), ma anche
nella rottura e nella contestazione di tali schemi (dalla retorica
asiana alle neo-avanguardie, passando per il primo barocco e le
avanguardie del ‘900). D’altro lato, la volontà di ridimensionare le
pretese di “autorialità” nell’opera d’arte, nell’insofferenza per alcune
“patologiche” prese di posizione, che accomunano non pochi artisti. Mi
riferisco alla ricerca ossessionata del “nuovo” e dell’”originalità “
fine a se stessa. Ai miti dell’”invenzione” e del “primato” nella
paternità delle idee; alla paura psicotica di trattare tematiche già
esistenti, di riconoscere le influenze ed i propri padri artistici: di
essere, in qualche modo, anacronistici, ignorando una forma di
anacronismo assai più evidente: quella della fede per il “nuovo” e per
l’”invenzione”, logori reperti di un' epoca – quella del sogno
modernista, delle avanguardie, e della fede incondizionata nel progresso
– ormai vecchia di un secolo. Queste, le premesse che mi spingono, da
oltre un decennio, nella direzione di un fitto dialogo con altre arti
ed altri artisti: con la pittura (dal progetto di reinterpretazione
fotografica di “Guernica” di Picasso, alla più recente serie di opere
ispirate alle periferie urbane di Mario Sironi), con la letteratura (gli
omaggi a Borges e Pessoa), con il cinema (il recentissmo lavoro
“Visioni”, ispirato ad alcune celebri pellicole di Lang, Wenders, Welles,
Tarkovskij).
R: La mia posizione è limpida.
Rifiuto nella maniera più assoluta qualsiasi tipo di concezione
realistica ed oggettivizzante della fotografia. Siano gli altri a
giudicare tale presa di posizione: realistica, pessimistica o
disincantata. Ciò che vorrei chiarire è che tale mia convinzione (giusta
o sbagliata che sia), non influisce affatto sul tema dell’efficacia
sociale della fotografia. La fotografia è sempre e comunque efficace a
livello sociale. Del resto, l’atto fotografico (come qualasiasi atto
umano) è, contemporaneamente, “causa” ed “effetto” di altri atti ed
altri fenomeni. È pertanto fisiologico che un impegno sociale del
fotografo abbia delle ripercussioni (rilevanti, irrilevanti, dirette,
indirette) nella società stessa da cui è ispirato, e verso cui è
indirizzato. Ma non è questo il problema: il problema è un altro, di
tipo morale e semantico. E cioè: il problema è che si dia per scontato
che “l’efficacia sociale” della fotografia debba necessariamente avere a
che fare con la categoria morale del “bene”, e che sia, tale atto, una
rappresentazione oggettiva (un “documento”) della realtà in cui il
fotografo (essere umano vincolato e limitato da coordinate
spazio-temporali) si trovi ad operare. Sono premesse ed aspettative
fuorvianti, quotidianamente smentite dalla realtà in cui viviamo, in cui
la strumentalizzazione nell’uso delle immagini è diventata la regola. E
a tale strumentalizzazione (al di là dell’etica e della morale che la
generano) non si può certo negare un’evidente efficacia (ed influenza)
sociale.
Ringrazio Gabriele Croppi per queste sue belle parole, e gli
auguro buon lavoro. Andrea Di Cesare
© Andrea Di Cesare, 2008


< Lungi dal dichiarare una resa di fronte alla inefficacia sociale
della fotografia, come ti rapporti attualmente rispetto al mezzo
fotografico? >
Naturalmente, tale consapevolezza, non toglie nulla ai buoni propositi
di chi opera e si impegna, attraverso l’uso della fortografia, per
migliorare la società in cui vive e per denunciarne gli aspetti (che
egli ritiene) negativi. Esiste però un problema, che è di tipo formale
(e dunque, contenutistico), e riguarda la “maniera” di tale approccio,
spesso e colpevolmente sentenziosa, universalizzante, oggettivizzante.
Da tali constatazioni, auspico un ritorno all’uso (ahimè, scomparso)
della “prima persona singolare”, e di un ridimensionamento delle
ambizioni di significato delle proprie esperienze. Esperienze
soggettive, interpretabili, più o meno condivisibili. Ma soprattutto:
mutevoli, nello spazio (nell’aperto confronto con diversi interlocutori,
testimoni di diverse culture, esperienze, ideali) e nel tempo, affinché
nessuna idea, nessuna constatazione ed esperienza diventi feticcio, ma
che possa essere messa in discussione, in nome della complessità, della
mutevolezza e della perfettibilità dell’uomo e della Vita.