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Tocca anche a noi poveri
la nostra parte di ricchezza
di Francesco Morerio - se lo volete contattare

Il fiato è quello di un bue muschiato che
tenta invano di scappare dai cacciatori a cavallo. Arranca su per il
sentiero come se fosse uno skyrunner professionista, ma girato l'angolo lo
vedo piegato in due con la lingua a terra.
Uno di quelli che ha i soldi e gli piace
darlo a vedere.
Se lo incontri in funivia, o in coda per
lo skipass, certamente comincerà a raccontarti i mille motivi per cui lui,
oggi, ma proprio oggi, proprio proprio non è riuscito ad andare a fare il
suo gitone da duemila metri di dislivello in pelli di foca. Prima che tu
riesca a defilarti, usando le classiche scuse della telefonata falsa o della
macchina dimenticata aperta, ti avrà già intrattenuto sui suoi nuovi sci,
ski-trab ultimo modello con prezzo bene in vista, per un peso totale pari
alla pasta che mangia un atleta del Mezzalama nelle 5 ore precedenti la
partenza. Tanta ma poco.
Uno di quelli che adora farsi quattro ore
di macchina per il suo weekend di Scialpy (in milanese, scialpinismo),
Tuareg, gomme da neve e consumo di uno spalaneve.
Uno di quelli che adora anche lamentarsi
del global warming, delle neve che non arriva, delle mezze stagioni che non
esistono più, e ultimo, l'argomento più gettonato, le nuove generazioni che
non portano rispetto per "la Montagna" (pausa di silenzio e sospiro quando
questo nome viene pronunciato).
Sì, è un tipico esemplare, quello che ho
appena incrociato. Lo guardi e inconsciamente inizi a fare il conto di
quanti soldi ha addosso. Pantaloni montura, centottanta euro; giaccavanto
idem, quattrocento; scarponi la sportiva trango non sochè, idem come sopra.
Al polso un bellissimo Suunto che te lo vendono dicendo che fa aumentare la
resistenza allo sforzo. Mi chiedo se allora non abbia dimenticato le pile a
casa, visto il fiatone...
Io sto sudando abbondantemente dietro il
maglione di lana, che l'invasione di sintetico non è riuscita a farmi
mettere in cantina, ho le spalle segate in due da quel residuato bellico di
zaino che uso dopo che mio padre mi ha raccontato che gli ha salvato la vita
sul Bianco.
Ognuno ha le proprie manie, come gli
allenatori di calcio durante la partita; gesti sopiti che uno si porta
dietro fin da bambino. Alla Cabane du Velan ho visto due vecchietti con la
foto del Dalai Lama, come Brad Bitt in "Sette anni in tibet".
Io il mio segreto non ve lo dirò mai.
Gli passo di fianco, interdetto. Da una
parte sono arrabbiato invidioso per questa esibizione opulenta di tecnologia alpinistica, e sopratutto per il fatto che a) sta salendo sul sentiero che
non porta altrove se non al bivacco Valli b) sono le sei di pomeriggio c)
evidentemente avrò compagnia per dormire.
Dall'altro però sono contento, lo
ammetto. Sta spezzando la monotonia delle mie solite tirare in solitaria.
Una piccola, ma non così piccola, parte di te pensa "Se compio l'impresa del
secolo, almeno qualcuno lo può testimoniare".
Tra un ansito e l'altro riesce ad
infilare "Sali anche tu al Valli?". Vorrei rispondergli "No, vado e
torno..." ma mi trattengo.
A volte l'unico motivo per cui chiedi a
qualcuno dove va è perchè non vedi l'ora di sciorinargli i tuoi programmi di
pareti Nord e il tuo curriculum da Messner.
Ah, dimenticavo, se qualcuno in coda per
lo ski pass vi racconta che è andavo a fare l'Etna con gli sci,
probabilmente è solo andato dai parenti di ggiù ad ammazzarsi di cannoli.
Mentre si riposa appoggiato su un larice,
beve un goccio dal tubicino che gli spunta dallo zaino, al che poso il mio e
tiro fuori la mia borraccia, talmente contorta e ammaccata che sembra
masticata da uno stambecco. Ogni bozzo e graffio mi ricorda una pietra
caduta, oppure un'avventura da incorniciare o da dimenticare.
Ogni momento è buono per farmi pesare la
mia inferiorità.
La cena: il suo fornelletto erutta
valanghe di fiamma sotto il minuscolo pentolino che non può far altro che
bruciare i tempi e far pronta la cena, pennette al pesto liofilizzate, in
metà del tempo riportato sulla confezione. Dal basso della mia fiammella che
invano riscalda un brodo di pollo fatto con gli avanzi della mamma, non
posso far altro che guardare e ammirare. Cinque minuti prima aveva rifiutato
con un grugnito la proposta di cenare insieme; mica scemo, penso adesso,
anche io al suo posto me le sarei tenute strette, le pennette.
In Tibet, nella vecchia provincia dell'Amdo,
una coppia di buoi che tirano l’aratro traccerebbe dei solchi meno profondi
delle vesciche gigantesche che egli rivela togliendosi gli scarponi: li ha
ovviamente comprati nuovi e sfoderati per l'occasione. Ma niente paura,
afferra lo zaino, Lowe Alpine quarantacinque litri centoventicinque euro, e
riemerge poco dopo trionfante esibendo la salvezza di tutti gli
escursionisti: i compeed.
Stordito, decido di trincerarmi dietro
una maschera sonnolenta, srotolo il sacco a pelo e mi ci ficco dentro; la
brandina è comunque alta abbastanza per godermi lo spettacolo di Uff che
butta via un compeed dietro l'altro: basterebbe leggere sulla confezione che
prima dell'applicazione il piede va lavato e il cerotto scaldato. Perchè in
tutto questo non ci siamo ancora scambiati i nomi, lo chiamo Uff visto che è
uno dei pochi suoni che ha emesso da quando ci siamo incontrati.
Uff, mi tocca dividere il bivacco con te,
ha nove posti e siamo in due, ma che palle proprio oggi dovevi salire? Uff,
dovevo mettere più Isostad nella borraccia incorporata, pensa mentre poppa
felice dal tubicino, non sto reintegrando bene i sali. Uff, Uff e ancora Uff
per ogni compeed che cade a terra, morto e inutilizzato.
Lo so, in montagna sfodero la mia vena
infame, avrei potuto dirgli prima che andavano tenuti tra le mani per
scaldarli e non l'ho fatto. Hai voluto mangiare per conto tuo? Adesso
beccati tutte le sfighe.
Un'altra è subito dietro l'angolo. Uff
non può vedere, ho la testa nel sacco a pelo, il mio sorrisetto stronzo
mentro osservo una macchia di bagnato allargarsi sotto il suo zaino.
La diagnosi è immediata. Punta di rampone
(Grivel, novantacinque euri) sistemata erroneamente nello zaino ha perforato
il serbatoio di plastica sistemato sullo schienale, da cui esce il tubicino
che adesso ricade molle, senza vita.
Al che Uff rompe il suo voto di silenzio
e molla una sfilza di imprecazioni inframmezzate da bestemmie, e il mio
sorrisetto non può che allargarsi; comincia a svuotare forsennatamente lo
zaino e, in accordo con la legge di Murphy, il sacco a pelo (Ferrino, il
prezzo non c'è scritto) è completamente fradicio. Uff si guarda attorno con
lo sguardo dell'animale braccato, del leone in gabbia. Nel bivacco ci sono
solo due coperte ammuffite; non c'è più spazio per allargare il sorriso, è
già al massimo.
Penso che in fondo la sua dose di sfiga
se l'è già beccata e quindi rinuncerò ai classici scherzi da gita di classe,
dentifricio negli scarponi o cinque chili di sasso nello zaino.
La notte lo sento tremare dalla branda di
sopra, allora sogno tutte le volte che per dimenticanza o per errore ho
sofferto.
Wildstrubel, non metto la crema solare,
dopo tre giorni di pelli il mio naso sembra la lingua di un tabagista o un
calzino da tennis usato.
Dufour, sbaglio le dosi dell'acqua.
Arrivo a casa disidratato e non vado in bagno per i tre giorni successivi.
Nuova Zelanda, Lake Taupo, dopo 4 giorni
di arrampicata non riesco più ad allacciarmi le scarpe e lascio scie di
sangue e pus qualunque cosa tocchi.
Queste sarebbero le cicatrici da esibire
con orgoglio se solo Uff avesse il dono della parola. Perchè in fondo la sua
presenza tremante mi rassicura. In fondo tutti cerchiamo l'approvazione
degli altri, in un modo o nell'altro. So che manca poco a quando metterò in
piedi il mio blog con mille foto di montagna e racconti di imprese
spericolate, e manca forse meno a quando sceglierò le scalate da fare in
base a quante belle foto si possono fare. La rovina per la carriera
alpinistica di chiunque è quando non si dimentica mai di mettere la macchina
foto nello zaino: una notte al freddo del Colle del Lys è soprattuto un
ottimo modo per passare una serata al centro dell'attenzione, e non è
l'unica cosa che faresti solo per poterla raccontare.
Uff si sveglia e schizza fuori, colpito
da uno male incurabile che va comunemente sotto il nome di cagotto, souvenir
di una notte passata al freddo.
Francesco Morerio
© Francesco Morerio, 2008
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