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ideabiografica.com - rivista on line - Registrazione Tribunale Milano n. 148 del 14 marzo 2007 direttore responsabile: Andrea Di Cesare |
di Gian
Luigi Falabrino
Prefazione del Volume "Il design italiano" a cura di Andrea Granelli -
di prossima pubblicazione. Circa
quarant’anni fa, Vico Magistretti insegnava a Londra in una grande
accademia di industrial design, quando nel nostro Paese non esistevano
ancora scuole di questa disciplina. E – raccontava divertito Magistretti –
una volta una studentessa gli chiese: “Perché non esiste uno stile
inglese del design, mentre qui le scuole abbondano, anche di elevato
livello, e da voi in Italia non ci sono scuole ma esiste il grande design
italiano?”. E Magistretti rispose: “Perché noi abbiamo studiato al
liceo classico”. Non era
un paradosso né tanto meno una battuta spiritosa. Vico Magistretti
intendeva dire, e aveva ragione, che il design italiano affondava le sue
radici nella cultura italiana fin dal Rinascimento. cioè nella tradizione
dei geniali architetti e, più in generale, nella cultura umanistica che
accomunava architetti, pittori e letterati, con una considerazione
dell’uomo che si estendeva a tutti gli aspetti della vita,
dall’artigianato alle città ideali, eredi della meravigliosa urbanistica
medievale. Non è
stato un caso che i primi designer italiani fossero tutti architetti. E’
vero che altri Paesi, segnatamente l’Inghilterra e la Germania, avevano
preso coscienza prima degli altri, fin dall’Ottocento, della necessità di
trasferire la bellezza dei prodotti dall’artigianato all’industria; ma dal
1950 circa in poi, una grande società, l’Olivetti, e molti architetti
italiani avevano dato vita ad un’eccezionale attività di progetto tanto
nel graphic design quanto nell’industrial design. Il design italiano
nasceva negli studi degli architetti: fra questi e alcune aziende loro
clienti, veramente all’avanguardia, si sviluppò una tale inventiva e
qualità della progettazione da fare di Milano, già dagli anni Settanta,
una vera seppur empirica capitale del design: già allora, come ricorda
Gillo Dorfles, venivano a lavorare negli studi italiani designer e
architetti da ogni parte del mondo. Questo è
stato il vero paradosso del design italiano, che ebbe successo in tutto il
mondo fra il 1955 e il 1980 circa, senza che nel nostro Paese vi fosse una
scuola dal respiro internazionale. Allora, nelle università italiane non
c’erano corsi di laurea in design e tanto meno facoltà specifiche, e la
stessa Domus Academy nacque appena nel 1982 con il primo corso effettuato
nell’anno successivo. Faceva eccezione, come luogo di sperimentazione
progettuale, l’Olivetti, allora all’avanguardia nella corporate image
e nell’applicazione del design di alta qualità: il caso della macchina
da scrivere Lexicon 80 di Marcello Nizzoli, subito esposta al Modern Art
Museum di New York, e poi degli altri prodotti, è significativo del
livello raggiunto e anche del riconoscimento internazionale. Poi
seguiranno l’elegante Lettera 22, anch’essa di Nizzoli, che ottenne il
Compasso d’oro nel 1954, dalla quale derivò la Lettera 32 progettata
dall’ing. Menicanti; molto più tardi, nel 1969, Ettore Sottsass jr.
inventa Valentina, la nuova portatile “trasgressiva”, non più carrozzata
in alluminio, ma rivestita del rosso-arancio lucido di una plastica ABS,
con le manopole dei nastri di scrittura in giallo (“due occhi gialli
birichini”, la definirà Giovanni de Witt nella mostra “rosso, rosso
Valentine” del 1999). Ma ci
furono altre aziende pioniere nell’adottare i progetti dei designer
italiani: la Fiat Auto, con i designer torinesi Pinin Farina e Giovanni
Bertone; e, nell’ambito milanese, Kartell, Driade, De Padova, Cassina.
Naturalmente, non ignoriamo che a Milano qualche scuola era già
all’opera. Nel 1953 era nata la scuola di design dell’Umanitaria, antica
istituzione milanese: ma questa scuola, specialmente per merito di Albe
Steiner, raggiunse un alto livello specialistico nel campo della grafica.
L’anno dopo, Nino Di Salvatore fondò la Scuola Politecnica di Design, cui
contribuirono Bruno Munari, Max Huber e, molto dopo, anche Isao Hosoe e
Narciso Silvestrini. Infine,nel 1966, Francesco Morelli fondò l’Istituto
Europeo di Design, proponendo, come scrive Michele Capuano, “corsi
di formazione alle nuove professioni di allora con un taglio molto
pragmatico, con un’evidente e dichiarata vocazione al fare”. Ma è bene
sottolinearlo ancora una volta, nessuna di queste scuole aveva un respiro
internazionale e universitario o post-universitario. Soltanto diversi anni
dopo, sorsero le scuole ISIA e nel 1997 la Facoltà di Design del
Politecnico di Milano, poi quelle di altri Politecnici. Il
movimento “radical” E’ però
interessante notare che, nel fiorire di tanti architetti-designer e anche
nella geniale attività di Nizzoli e di altri collaboratori dell’Olivetti,
mancava un’elaborazione teorica del concetto di design e, nella pratica,
era prevalente la ricerca estetica sul prodotto. Il primo teorico italiano
del design è stato Ettore Sottsass, ispiratore del movimento “radical”,
sviluppatosi a Firenze fra il 1966 e il 1974. Il movimento “radical” si
opponeva alla Scuola di Ulm (1955 – 1968) e al concetto
razionalista del futuro identificato con la tecnologia avanzata. Sottsass
sosteneva invece che la tecnologia e l’industrialismo non realizzano
l’ordine razionale, ma – al contrario – aumentano la complessità
dell’ambiente e dei linguaggi. Era una visione anticipatrice, che nei
nostri anni si sarebbe rivelata giustissima. Alle
teorie di Sottsass diede poi un contributo eccezionale un giovane
architetto, Andrea Branzi, che si unì al movimento nel 1968, proprio
mentre la Scuola di Ulm doveva chiudersi. Al principio degli anni
Settanta, Sottsass e Branzi si trasferirono a Milano, dove il primo fondò
il gruppo Memphis , mentre Alessandro Guerriero dava vita ad un altro
gruppo, Alchimia. I due gruppi avevano in comune sia i concetti “radical”
sia la rivalutazione delle tecniche artigiane. Andrea Branzi lavorò con
ambedue i gruppi e fu fra i primi, forse il primo in assoluto, a rifiutare
la semplice estetica del prodotto, per preoccuparsi dell’inserimento dei
prodotti nell’ambiente; e contemporaneamente studiava le arti primitive. Nel 1972
i designer italiani parteciparono alla mostra Italy: the New Domestic
Landscape, organizzata a New York: c’erano i razionalisti Sottssass e
Branzi e anche i maestri tradizionali, tra i quali ricordiamo Gae
Aulenti, Achille Castiglioni, Vico Magistretti, Marco Zanus. Poi Branzi,
che si stava affermando come il maggior teorico del radicalismo, pubblicò
La casa calda, un libro sull’arte come procedimento non soltanto
estetico ma anche tecnologico. E quando nel 1986 sorse a Milano il
movimento post-futurista del Bolidismo, fondato tardivamente sul concetto
di velocità, i “radical” si opposero, intuendo che in quegli anni la
velocità consisteva nella comunicazione: ed ebbero nuovamente ragione,
tanto che poco tempo dopo fu inventata e si diffuse la rete informatica. Negli
anni Ottanta l’altro teorico del design italiano era Ezio Manzini,
architetto e ingegnere, studioso dei rapporti fra i prodotti e le
tecnologie e che, come Branzi, si poneva il problema dei rapporti fra i
prodotti e l’ambiente. Branzi e Manzini venivano da culture ed esperienze
diverse, ma erano accomunati dalla tensione per la ricerca: “La vera
novità era la ricerca – disse poi Manzini – lo spirito di provare
continuamente, per andare avanti”. E’ da ricordare che, anni dopo,
proprio Manzini e Branzi andarono a costituire la prima Facoltà del design
al Politecnico di Milano. La
necessità di un design “flessibile” Che cosa
si voleva significare con quell’”andare avanti”? Molti anni dopo, Antonio Petrillo riassunse molto bene lo spirito delle discussioni che i due
teorici facevano al principio degli anni Ottanta, anche coltivando l’idea
di una nuova scuola che Maria Grazia Mazzocchi e Pierre Restany andavano
progettando. Emergeva una serie di nuovi concetti:
-
agli inizi del Novecento, con la trasformazione industriale del
mondo, il design si era dato il compito di trasferire ai prodotti di serie
le qualità estetiche che erano state tipiche della produzione
artigianale: perciò il Bauhaus aveva elaborato il connubio fra arte e
macchina;
-
dopo la seconda guerra mondiale, la produzione e la società erano
diventate produzione di massa e società di massa: la Scuola di Ulm aveva
sviluppato una cultura del progetto come estetica seriale;
-
al principio degli anni Ottanta, si stava delineando il
frammentarsi dei mercati di consumo: non si stava ancora parlando dei
mercati di nicchia, ma certamente la produzione e i consumi si stavano
diversificando, secondo criteri che non erano più soltanto economici.
Anche gli studiosi dello sviluppo sociale e gli istituti per le ricerche
di mercato non dividevano più i consumatori secondo i tradizionali
standard di reddito (classi alte, medio alte, medie, medio basse e
proletarie), ma elaboravano i nuovi criteri degli stili di vita, cui
contribuivano i fattori più diversi. Anche il design si sarebbe dovuto
adeguare alle nuove dinamiche e alle molte frammentazioni della società e
della produzione. Pure il
mondo del lavoro cominciava a trasformarsi. Non a caso Andrea Branzi e il
suo allievo Marco Susani avevano parlato spesso di un “lavorare
diffuso” come una nuova condizione dell’attività produttiva; e Michele
De Lucchi, che oltre a disegnare la luce, era designer sia di
personal computer sia di arredi per gli uffici, aveva introdotto il
concetto di “nomad office” o di “virtual office”, anch’egli con
un’intuizione preveggente. E intanto il giapponese Isao Hosoe si rifaceva
alla visione di Lewis Mumford: l’efficienza, l’ordine, la razionalità dei
processi, il controllo, la trasparenza dell’informazione erano diventate
non soltanto le condizioni necessarie allo sviluppo del lavoro, ma
costituivano ormai la stessa visione della società nuova. Con venti
o venticinque anni d’anticipo rispetto alla consapevolezza emersa a
livello della cultura di massa dopo il 2005, soprattutto per le
preoccupazioni che si sono diffuse sull’avvenire del pianeta a causa dello
spreco delle risorse, negli anni Ottanta Ampelio Bucci e Francesco Morace
sostenevano già che l’età del consumo stava per esaurirsi. I loro concetti
furono ripresi in una tavola rotonda organizzata da Ezio Manzini fra
sociologi e designer sul tema “La Saturazione”.. Manzini vi sostenne che
stavamo assistendo al passaggio dalla società delle merci alla società dei
servizi e che il design non avrebbe più dovuto preoccuparsi della “merce
estetica” (come l’aveva definita Paolo Deganello), ma avrebbe dovuto
diventare l’energia progettuale al servizio dell’ambiente e della vita
associata. Lo
stesso Manzini fu chiamato dalla Montedison, nell’ambito del suo “Progetto
Cultura” a partecipare al gruppo di lavoro incaricato di esaminare il
mondo della plastica; Manzini ne ricavò un libro, La Materia
dell’Invenzione”, che nel 1985 vinse il Compasso d’Oro. Nasce
Domus Academy Intanto,
fra il 1982 e il 1983, era nata Domus Academy, la scuola internazionale di
design industriale e della moda, una scuola destinata a diventare in pochi
anni un punto di riferimento per il design di tutto il mondo, come erano
stati il Bauhaus e la Scuola di Ulm. In una serie di riunioni alle quali
partecipavano Andrea Branzi, Ettore Sottsaass, Ezio Manzini, Mario
Bellini, Clino Castelli, Antonio Petrillo, si posero le basi
dell’ideologia e della didattica della Scuola. E ciò avvenne soprattutto
per merito della dialettica fra Branzi e Manzini e delle acute analisi del
primo. Andrea Branzi convinse infatti i futuri docenti della scuola che
essi non avrebbero dovuto insegnare ma soltanto guidare, che gli studenti
non avrebbero dovuto essere considerati allievi ma colleghi con i quali
intraprendere progetti comuni. Al contrario delle scuole che l’hanno
preceduta (Bauhaus e Ulm, n.d.A.), Domus Academy nasce con la
consapevolezza della centralità del design italiano e con l’ambizione
d’insegnare la via italiana alla creatività industriale. E ci
riesce così bene, a insegnare la via italiana, che il 90% dei suoi
studenti, ogni anno, viene a Milano da ogni parte del mondo, proprio per
carpire i segreti del successo del design italiano. Il
design dei materiali e dell’ambiente Una
svolta nella funzione della scuola si ebbe dal 1990 quando Antonio
Petrillo come direttore del Centro Ricerche, con Giulio Ceppi
coordinatore, riprendendo la collaborazione con la Montedison che era
stata di Menzini, avviò con la Montedison uno studio fondamentale sulle
plastiche. Un tempo la plastica si poteva riciclare soltanto famiglia per
famiglia, come i minerali. La collaborazione fra i Centri Ricerca della
Montedison e della Domus Academy arrivò al risultato di trattare le
plastiche in modo tale che i prodotti delle loro fusioni potessero essere
mescolati in un impasto, poi liquefatto e ridotto in granuli: era la
Neolite, riciclabile. Nel 1994, per questo successo, l’ADI (Associazione
del design italiano) diede alla Scuola l’ambitissimo Compasso d’oro. Da quel
momento Domus Academy si dedicò – per prima – al design dei materiali e
dell’ambiente, soltanto successivamente seguita dal Royal College of Art
(inizialmente più tradizionalista e legato al design del prodotto, come la
Scuola di Ulm, rappresentata in Italia da Tomas Maldonado), e da altre
scuole straniere: un altro primato italiano. Gian
Luigi Falabrino 26 settembre
2008
© Gian
Luigi Falabrino, 2008
AGLI INIZI DEL DESIGN ITALIANO