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Andrea Di Cesare

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JAMES G. BALLARD

“CRASH” 

Una cupa, mortifera forma di sessualità perversa connota il romanzo “Crash” di James G. Ballard. La vicenda riprende i temi del sesso e della morte uniti psicoanaliticamente. L’attrazione per le ferite causate da incidenti stradali, per le pose grottesche dei corpi immobilizzati nell’istante del decesso, disegna una mappa psicopatica di pulsioni sessuali e soddisfacimenti, delle stesse, attraverso perverse tecniche sadiche. Il romanzo potrebbe rientrare nel gusto della scrittura surrealista, come ne “La Motocicletta”, di André Pieyre de Mandiargues, dove la rincorsa veloce, la frenesia rettilinea, la sessualità, culminano in uno schianto mortale. Del surrealismo, in “Crash” trovo vi sia anche il  ritorno a un’infanzia individuale, popolata, nel protagonista, da incubi, fantasmi, fantasie sadico-perverse. Il magma espressivo del romanzo incede incandescente e la scrittura, visionaria, non è di facile digeribilità, sembra anzi tratteggiare i contorni di un incubo pachidermico che ottura, occlude la possibilità di assimilare una simile visione. Non tutti i libri che si leggono a fatica sono cattivi, solo per questo motivo. Hanno in sé una pesantezza viscerale, digestiva, che testimonia la complessità del pensiero dell'Autore. La scrittura è quasi grammaticale, molto attenta alla resa retorica, forse troppo, forse anche noiosa, unta e indigeribile, barocca, arzigogolante. Il tema, in sé povero, del libro, viene rimpinguato di potenti bordate linguistiche, retoriche, di trovate estetiche dal gusto macabro, un inno alla violenza e alla morte, ma inferiore, molto inferiore, per slancio simbolico e sociologico, ad “Arancia Meccanica”. Non mi sento però di dire che sia un libro cattivo, anzi, al contrario, la limitatezza dell'orizzonte simbolico permette a Ballard di porre l'obiettivo sul problema, di ingrandirlo come un entomologo farebbe con un insetto, di studiarlo e sviscerarlo al dettaglio, senza creare grandi sistemi farraginosi e in precario equilibrio. Insomma, “Crash” è un libro ben piantato. E' anzitutto un libro comico, o meglio, grottesco. Faccio l’ipotesi che, l’intelligente Ballard, non possa essere stato così ingenuo da non saperlo. Faccio l’ipotesi che l’intelligente e fine James G. Ballard abbia voluto, con “Crash”, scrivere un libro assurdo, fare uno scatto fotografico dal gusto pazzamente estetizzante proprio sull'assurda, priva di fondamenti, vita della classe lavoratrice occidentale, deprivata delle sue certezze, delle sue speranze, delle sue gioie più sane, in nome di una produttività disumanizzante.

 

Andrea Di Cesare

© Andrea Di Cesare, 2010

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