PAGANINI & i COUNSELLORS

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PAGANINI & i COUNSELLORS

Marina ed io stiamo andando con il filobus da Paganini, alla cena a cui mi ha invitato.
<Vorrei liberarmi di queste persone, forse è l’ultima volta che le vedo …>, dico a Marina.
Mi arriva una telefonata di Giorgino: <Grazie per l’altra sera, che mi hai accompagnato … quella lì, sotto il portone di casa sua, stasera mi ha fatto un pompino … mi fa bene andare all’Anonima … eh eh …> Nel ridere, ha sempre quel saltellare di catarro nella gola, che dà alla sue parole un’impronta arguta e scaltra.
Oggi non ha bevuto.
Siamo davanti all’ingresso di Paganini. Suono il campanello. Paganini, sopraggiunge, leggero come una mongolfiera, con la mano tesa, il sorriso acceso come una emoticon, subito il sibilare di quella sua voce, impostata, da eunuco. Mi chiedo, quanto sforzo gli debba costare, sempre, ogni minuto, ogni secondo della sua vita, dimostrare di essere quello che non è. Quanto gli debba costare, nascondere sempre lo sporco sotto il tappeto.
Colgo nello sguardo di Marina un lampo, non bello, una luce sinistra, mentre entra con me in questa casa.
<Ciao, sei la nuova compagna di Corrado?>
<Sì … Corrado mi ha parlato … di te>, dice Marina, col tono educato, incerto, di chi vorrebbe nascondere un sospetto che, in ogni modo, trapela dai gesti, di chi sottintende, malgrado voglia dissimulare, parlato “male”. Paganini, che del tutto scemo non è, soprattutto quando deve fiutare, nell’aria, il gradimento della propria, vuota, persona, stringe le labbra, come un chierico, passa oltre, sorvola, benedice, distribuisce indulgenze, “povera te, non capisci che sono in missione per conto di Dio? … e io ti perdono … vieni da me, anima persa, che ti curo, ti aiuto, ti salvo … “.

I demoni danzano allegri, in questa casa infestata. Infestata di falsa, bontà. C’è un’atmosfera, infestata. Infernale. Durante la cena, gli adepti conversano di energia, particelle elementari in grado di avvicinare le persone, di angeli custodi, un loro amico, coach angelico, terrà una conferenza la settimana prossima, in un centro Reiki.
Gli avanzi della cena vengono rimossi dal tavolo. Allegramente, viene dato avvio alle danze delle grappe, biologiche, che Paganini reperisce nei suoi bucolici viaggi, alla ricerca di una dimora, ove svolgere la propria futura attività di, counsellor, fra raffinati svaghi intellettuali, letture pacificanti di monaci, pensatori, fisici quantistici. <Questa bottiglia, non l’ho scelta, è lei, che mi ha chiamato, a sé. Quando compro del vino, o della grappa – intercala Paganini, come un chierico – impongo le mani alla bottiglia e, se avverto una energia positiva, la prendo, sennò non la tocco nemmeno, per non contaminarmi.>
Sguardi, bocche, avide di benessere interiore e pace spirituale, riequilibrio energetico, bocche di passerotti appena nati che, spalancate, accettano ogni tipo di pastura. I suoi adepti ascoltano in allegro ossequio al, Maestro, una ulteriore scempiaggine:
<Oggi sono entrato in libreria, e accade – pone la mano, destra, sulla copertina del libro, come uno che, a un processo, giuri sulla Bibbia – che vedo questo … maaagnifico, libro … ne sono stato attratto, dalla sua energia, mi ha chiamato, mi sono avvicinato, e la mia mano si è avvicinata, tanto che, dal libro, ho … avverrrtitooo … un calore, che mi ha avvolto la mano, ed è risalito sul braccio, mi si è diffuso in tutto il … corpo …>
Sguardi affascinati, ammaliati, soggiogati, applaudenti. Lo passa in giro, perché l’energia, benefica, in esso contenuta, possa trasmettersi di anima in anima, attraverso il pensiero, mistico, di questo monaco dedito all’eremitaggio.

Come una specie di scaldino spirituale, il libro passa di mano in mano, nella speranza che un po’ di riequilibrio e benessere, senza troppo impegno, senza troppa sofferenza, come in una specie di takeaway della salvezza, scenda su queste povere, stupide, anime allo sbando, di una moda nefasta. Vogliono la salvezza, comprando il biglietto per salire su un comodo autobus, che collega la Terra al Paradiso.
Marina chiede a Paganini cosa faccia nella vita.

<Opero nell’ambito della … – solleva lo sguardo, cerca una sorta di ispirazione, la voce gli si strozza in un, falsetto – relazione d’aiuto.> Cerca di imprimere a questo concetto una verità che non necessiti di altre domande, perché ad altre domande non saprebbe rispondere.
Ma Marina fa finta di non sapere cosa sia. Paganini: <E’ una speciale relazione …-
 altro sguardo, verso Dio, verso il soffitto, verso il lampadario, in cerca di illuminazione – … basata sull’ascolto …dell’altro … attiva e … non giudicante …>
Conclude con un sorriso, di circostanza. Pare, un sorriso di circostanza. In verità, è più probabile sia un sorriso cardinalizio, pieno di bonomia, un sorriso … benedicente.
<Hai fatto l’Università?>
Paganini: <Sì, ho studiato counselling …- sa di averla detta grossa, allora, dirotta il discorso – la mia filosofia, non è di guadagnare,
 ma di stabilire, prima di tutto, una relazione di fiducia, e rilassata, armoniosa – dice “armoniosa” assumendo il tono untuoso, compiaciuto, del canonico – col cliente…>
Marina: <E’ tanto che operi … nella relazione … d’aiuto?>
<E’ da molto tempo, che studio … libri …>
<Di che tipo?>
<Filosofia, religione … psicologia…> Stranamente, la psicologia, la lascia in ultimo.
<Hai letto Freud?>, fa Marina che, in materia, aveva studiato libri molto validi.
<Io – si irrigidisce, raddrizza la schiena, arrossisce in viso –
 non mi dedico alla patologia conclamata, ma al disagio>, dice bruscamente, in tono accelerato, segno che sta perdendo la sua calma, che gli costa sempre un grosso esercizio di insincerità mantenere.
<Ah … fa Marina … ma di dove sei?>, gli chiede, sorridendo, arresa, e lasciando, ormai, perdere le sue idiozie.
<Sono di Salerno … Ma vivo qui da molti anni …>, dice, come per scusarsi.
Poi aggiunge: <…faccio anche trattamenti di
 cromopuntura, e di riequilibrio dell’ambiente domestico, dal punto di vista energetico … sono maestro di Reiki …> Ma ormai, Marina, non lo ascolta più. Intuisco che, agli occhi di Marina – di natura reazionaria e un po’ razzista – la sua provenienza abbia giocato ulteriormente a suo sfavore. Del resto, non potrei darle torto.
<Mostrale i tuoi
 strumenti vibrazionali …>, fa l’architetto alchimista, compagno di crapule, obeso pure lui. Paganini coglie l’invito con un sorriso sufficiente, come una mongolfiera, scompare nel suo studio, dal quale riemerge reggendo un astuccio nero, cavandone, come un set di bisturi lucenti, una serie di cilindri di tutte le dimensioni. Saranno una quindicina. Li studia, uno ad uno, e conclude:
<Per l’energia che avverto stasera, è adatto, questo.> Fa cadere il dito sullo strumento designato, come se ci fosse realmente uno strumento designato, e gli altri non andassero altrettanto bene, trattandosi invece di un sacrosanto imbroglio.
Lo solleva, come un’ostia, lo urta, ne scaturisce un limpido suono celestiale, lo percuote di nuovo, in un rituale, in una, liturgia, che lascia tutti a bocca aperta.
Interviene l’immobiliarista apprendista stregone, che racconta di come, ultimamente, la sua
 cura a base di acqua ossigenata mescolata all’acqua distillata, venduta per le batterie delle macchine, gli stia dando benefici enormi. Se poi, uniti alla cromopuntura, divengono qualcosa di stupefacente, ad esempio: <Quando ho un pensiero angosciante, un pensiero … negativo, prendo la lampadina, rossa, dotata di una particolare, frequenza, il semplice faretto posteriore della mia, bicicletta, e me la punto al centro della fronte … e in pochi minuti quel pensiero … svanisce …>
Laura Abbienti, sul finale di un momento di meditazione di gruppo, fa la chiusa della serata: <…
 nutrirsi di se stessi, stare bene con se stessi, accogliendo la vita e i doni magnifici che la vita sa sempre portarci, lasciando fluire… Con la sensazione che comunque sempre tutto è perfetto… Quando in te c’è un profondo senso di connessione a qualcosa che va oltre te stessa, quando senti e provi quel senso di certezza interna che come una bussola ti guida verso il tuo cammino… Quando tutto questo c’è, esiste…Anima e cuore sono allineati e… Vivendo… Lasciar fluire…>
<Paganini mi ha parlato del tuo lavoro … di tutto il tuo passato, la montagna, lo sport, la psichiatria, mooolto, interessante … potremmo, se vuoi, avviare dei progetti insieme … Paganini mi ha appena parlato del libro che dovete scrivere insieme …>
<Settimana prossima dovrei andare con Roberta a visionare i suoi quadri – fa Paganini – se vuoi venire …>
<Sarei felicissima … a che ora?>
<In mattinata, no? Corrado?>
Io confermo.
<Oh, nooo, al mattino ho delle
 costellazioni famigliari … che peccato …>
<Per quanto riguarda il libro – dico a Paganini – tu lo spacci già per cosa fatta, in verità ci sto ancora pensando…>
<So che deciderai favorevolmente, visto l’alto valore che dai all’amicizia>, fa Paganini, troppo sicuro di sé. Millantatore di sentimenti. Lo lascio parlare, con una piccola alzata di spalle. Tanto so che,
 qui dentro, le parole non hanno alcun peso. Dappertutto le parole non hanno più alcun peso. Forse ancora lo conservano sulla carta stampata, come peso dell’inchiostro, ma non come peso morale. La Abbienti mi sta alle costole. Vuole un mio contatto. Marina mi guarda male. Quando dò alla Abbienti il mio bigliettino da visita, Marina mi rivolge uno sguardo rassegnato. Lo so, probabilmente mi sto facendo solo del male. Ormai, Marina è sulle spine. Lo si vede, che ha una dannata voglia di andarsene. Salutiamo tutti, ce la filiamo.
<Ti devo presentare uno scrittore che è vissuto tra i cannibali – mi fa Paganini – potrebbe interessarti, come persona …>
Sulla porta, io replico: <… peccato non se lo siano mangiato…>
Ma Paganini era troppo intento a depurare l’ambiente e a dare benedizioni, per accorgersi del mio sarcasmo.
<Che gente … stacci attento … sono degli squilibrati…>
<Pensa che Paganini insegna anche meditazione, e riequilibrio interiore…>
<Mah, follia pura, avrebbe bisogno lui, di cure … cosa credi di tirarci fuori, da questi contatti?>
<Forse mi comprano dei quadri.>
<Non ci spererei più di tanto. Io ho un’altra sensazione.>
<Lo so, anch’io.>
<Usano il tuo sapere, cercano di carpire le tue conoscenze>, mi suggerisce, cercando di imprimere alla propria voce più energia possibile.
Maledico quella casa e quelle persone.
 Maledico le mode ultime nate, che sostengono le persone disoneste come Paganini, maledico le finte professioni di moda a M. professate da persone altrettanto finte. Maledico la città di M. dove sempre più Paganini vi si aggirano. M. non è più la buona vecchia M. C’è da imparare più da un Giorgino o da un Aasim, sulla vita, sull’Essere, sullo stare al mondo, che non da questi dotti truffatori, dalle maniere sempre così gentili, rilassate, accoglienti, bastarde. Ho conosciuto i duri e i bastardi, ho conosciuto gente incattivita ma umana e vera, e hanno un cuore un cuore forte, che palpita, mentre i Paganini, questi loschi figuri dal sorriso sempre affettato, dalla voce sempre improntata alla più amabile disponibilità, sono la peggior feccia di gente priva di alcun cuore. La chiusura delle acciaierie e delle industrie pesanti, qui a M., ha significato questo prevalere di gente molliccia, dedita al raggiro, perché ormai M. è una città che produce unicamente fuffa. E’ la città dell’inconsistenza fatta industria e visione del Mondo, visione sociale e politica. M. è un immenso cartellone pubblicitario, che pubblicizza la pubblicità stessa. La cosa più grave, è che il soldo ormai virtuale, ben si adatta a finanziare l’industria del fasullo. L’industria dei sorrisi, dove tutto è smart, dalle macchine ai telefonini. Un mondo di furbi.
M. è una di quelle caramelle, a torciglioni, bianche e rosa, schiumose, grosse, che, appena le metti in bocca, si sciolgono, si sgonfiano, completamente prive, di sostanza. E di proprietà, nutritive. Al limite, altamente, tossiche. Piene di, coloranti. M. è una città dove tutti, fanno quello che, fan tutti, e “sono tutti”. Una città dove non riconosci più la realtà dalla finzione.
Ci teniamo per mano, mentre la città cupa e piovosa scorre fuori dai finestrini del filobus. Il lungo siluro a ruote su cui sediamo, scivola sull’asfalto bagnato, emettendo un sibilo fatto anche dell’acuto ansimare dei dispositivi elettrici, il suo interno è bianco e lucente come una sala operatoria, e le bande verdi di colore industriale corrono sui suoi fianchi come nella infinita corsia di un ospedale. Qui poche anime nere, fuligginose e disperate, sostano sui sedili in attesa di una fermata. 

©, 2017

da “Reggae bang bang” – di Andrea Di Cesare – di prossima pubblicazione.

 

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