COROLLARIO alla recensione “Il Cavallo Rosso di Eugenio Corti”

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Jack London - Il Popolo dell’Abisso

COROLLARIO alla recensione “Il Cavallo Rosso di Eugenio Corti”

 

 

Dopo 34 anni di militanza culturale, avendo iniziato all’età di 15, mi ritrovo a domandarmi: a cosa, e a chi, serve la Cultura?

Tralasciamo a piè pari la disamina di cosa sia in verità la Cultura – ampio discorso, un vero fiume di parole che qui sorvoleremo – e domandiamoci: a cosa, e a chi, serve?

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Il giovane contadino, di Eugenio Corti, potrebbe rappresentare quel Popolo dell’Abisso di Jack London, di cui riporto la copertina in questo scritto. Non in maniera sovrapponibile. Il popolo narrato da London è un popolo senza più alcuna radice né identità, al di fuori delle proprie braccia, del proprio corpo quali mezzi di produzione alienata. Il contadino di Corti, invece, è ancora inserito in un “Epos” agricolo, territoriale, brianzolo e famigliare, che lo sottrae all’alienazione abissale dei sotto-uomini di London e di Louis-Ferdinand Céline.

Quando avevo 15 anni, facevo Alpinismo. Il mio primo approccio alla Cultura, è stato attraverso i libri di alpinismo della dall’Oglio collana Exploit. Andavo in montagna. Rischiavo la vita. Salivo pareti bellissime e molto difficili. Già allora, consideravo la mia un’attività culturale, e non meramente sportiva. Erano gli anni in cui l’Alpinismo era percorso da forti correnti di pensiero etico, sul senso stesso del fare montagna, del perché, del come proteggersi o non proteggersi. Discorsi che, a fondovalle, a un operaio o a un panettiere, sarebbero risultati del tutto avulsi da una qualsiasi forma di utilità e ragionevolezza. Discorsi avulsi dalla stessa cultura della gente di montagna, per lo più contadini, o guide alpine. Le guide alpine, sono delle specie di “operai” della salita, gente del luogo che si è riscattata dal lavoro nei campi, studiando palmo a palmo le principali vie di salita del circondario, offrendo ai clienti (alpinisti, cittadini, per lo più borghesi) la possibilità di fare una salita in quasi totale sicurezza. Ma il loro rapporto con la montagna è sacrale, reverenziale, timoroso, diversamente dal rapporto – più temerario, filosofico e aggressivo – che ne ha il cittadino colto, che si dedica all’Alpinismo. Corre tra Alpinista e Montanaro la differenza che corre tra un intellettuale d’allora dell’Alpinismo – mi vengono in mente Alessandro Gogna e Gian Piero Motti (cittadini) – e un Rigoni Stern. Tutte persone di montagna, ma più Stern, degli altri due: Stern era un montanaro, e non si sarebbe mai sognato di scalare una montagna, per la Montagna aveva un timore e un rispetto sacrali.

Sarà che nelle grandi città, oltre ad esserci fabbriche e uffici, ci sono grandi quantità di fattori sociali che producono nevrosi e psicosi. La nevrosi, come risposta al Disagio della Civiltà (Freud) potrebbe essere la chiave di lettura del perché il cittadino decida di diventare alpinista (o velista – il pescatore di tonni siciliano, non farà mai il “velista”).

Snobismo? Anche…

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Quando il giovane contadino di Corti, conclude tra sé: “pensieri da liceale”, in fondo, sta dando all’amico un po’ dello snob. Dello snob che ha tempo e soldi per permettersi di essere snob. Vi confesso, che eravamo molto snob, noi Alpinisti (di città), non ci mescolavamo con la gente di montagna, e guardavamo dall’alto al basso i semplici escursionisti.

Credo che, in sintesi, e con una certa dose di cinismo che mi è venuta a 49 anni, di auto ammissione nuda e cruda, credo, dicevo, che in sintesi questa sia la Cultura: snobismo…

Mi spiace non aver potuto conoscere e frequentare direttamente Jack London. Lo stesso, mi spiace di non aver potuto frequentare direttamente Karl Marx e Mussolini. Cito queste persone della Storia, perché mi sembra abbiano messo nel discorso “culturale” un “rischio personale”  – lo stesso vale per Jean-Paul Sartre e Louis-Ferdinand Céline – che le mette al riparo della definizione di persone “snob”.

Nel novero dei “non snob” ci metto lo stesso Eugenio Corti, grande scrittore che ha pagato con le proprie idee l’epurazione culturale sino a non molto tempo fa.

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Il rischio del “lavoro culturale”, come lo definì il grande scrittore anarchico – collaboratore di Giangiacomo Feltrinelli, ma cinico e spietato fustigatore dello stesso – Luciano Bianciardi (“La Vita Agra”), è di essere “Auto Referenziale”, un lavoro prodotto dalla intellighenzia borghese, e rivolto alla medesima. Una sorta di lavoro allo specchio, il prodotto di una visione NARCISISTICA.

Abbiamo avuto, anche di recente, degni scrittori che hanno tentato di essere “rivoluzionari”. Tra i “Rivoluzionari” la solita intellighenzia di Sinistra annovera il solito Italo Calvino.

Nulla da dire. Ha scritto qua a là qualche frasettina intelligente, sapida e stimolante. Ma i suoi erano “giochetti di stile”, gli stessi di un suo consimile d’oltralpe, Raymond Queneau, che di rivoluzionario avevano poco, se non quella proto dimensione rivoluzionaria da Liceo (la stessa di cantautori come De André o Ligabue) che si risolve in afflato trasgressivo, e null’altro. C’è molta differenza, fra Rivoluzione e Trasgressione. La prima, vuole cambiare le cose, la seconda, si illude di cambiarle, ma è confacente a un Sistema che le mantiene nel loro stato d’essere.

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Forse, la cosa più rivoluzionaria che un intellettuale possa fare, è quella di smettere di essere intellettuale, e tornare fra la gente comune. Smettere di scrivere, e parlare direttamente alla gente, faccia a faccia. Questo, è stato il tentativo di politicizzare la Cultura che hanno compiuto intellettuali come Pasolini, Sartre, Ferdinando Camon, registi come Ermanno Olmi, Nanni Loy e Gregoretti. Ma parlo di molti anni fa, di gente di un tempo perduto.

Parliamo dell’Oggi. Cosa rimane da fare, oggi, all’uomo di Cultura? Scrivere romanzi di cassetta? Ma è cultura, quella? O non forse mercato dell’evasione?

Serve ancora la Cultura, oggi? Certamente non serve al Mercato, anzi, le è acerrima nemica. Il Mercato ha imposto anche alle agenzie educative (Scuole e Università), di abbassare sempre di più il livello culturale dei loro programmi, per creare un nuovo esercito di ignoranti, di futuri “consumatori” inconsapevoli e gestibili di prodotti di consumo. Di consumo anche “culturale”.

Il problema dell’Oggi, è questo: è il problema di una dimensione talmente de-culturalizzata, che anche il liceale di Eugenio Corti non farebbe più alcun commento sul tramonto e sulle montagne, e il livellamento delle classi sociali è tale da aver fatto coincidere “le cose” “gli oggetti” “la mercificazione” con quelli che, una volta, erano gli “Ideali”.

 

©, 2017

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