NOTTI e SOGNI

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NOTTI e SOGNI

 

 

 

 

 

Vide sul pavimento la decina di casse di libri “salvati” al magazzino di Renato. Prima di essere letti, andavano collocati negli scaffali. Avrebbe dovuto disporre di molto tempo, per leggere una simile quantità di libri, anche solo in parte. Presto si sarebbe messo a leggere. Gemma era andata su tutte le furie per la sua improvvisa defezione. Forse si era scavato la fossa da solo, lavorativamente. In tutti quegli anni di amicizia, non erano mai scesi sul terreno di una sincera e reciproca incazzatura. A Ivano non era mai piaciuto il modo in cui Gemma liquidava le sue convinzioni più profonde come stranezze. Di cui avere un po’ di comprensione e da considerare con sufficienza. Infatti si era scelta come marito l’esatto opposto di Ivano, un uomo che – apparentemente – non diceva stranezze, ma poi si è visto il risultato. Doveva a tutti i costi uscire dal circolo vizioso di quell’ambiente mediocre di assistenti e infermieri e educatori. Doveva fare un salto di qualità. Ma la sua ormai consolidata svogliatezza, non glielo permetteva. Così, doveva solo aspettare. Aspettare. E passeggiare, la sera, in Maggiolina. Sembra strano a volte porre l’attenzione sul fatto che siamo costituiti di carne e di vasi sanguigni, che, sotto la pelle, nelle cavità del nostro corpo, siamo costituiti di materia spugnosa e, in un certo senso, morta. Se isoliamo un singolo pezzo di carne dal tutto, un singolo organo dal complesso della macchina corporea, scopriamo che esso è morto, inerte, quanto una bistecca acquistata dal macellaio; eppure, inserito nella totalità del nostro corpo, esso funziona e non solo, contribuisce a costituirci come Essere, un essere dotato di Linguaggio, capace di modellare il mondo circostante in maniera creativa, o distruttiva, ma comunque di determinare significativi cambiamenti. Lo stesso cervello non sfugge a questa regola: tolto dalla scatola cranica di un individuo, è carne morta. Eppure, in esso ha sede la Mente, una funzione impalpabile e superiore, collegata alla Psiche, memoria filogenetica del nostro passato corporeo di rettili, pesci, uccelli. Senza il corpo, senza questa massa di carne inerte pervasa dalla Psiche, la Mente non avrebbe una matrice su cui appoggiarsi. Non è possibile una Mente fuori da una Psiche e da un Corpo. In quest’ultimo albergano le pulsioni che segnalano alla Mente lo stato della nostra Coscienza. Essa ci permette di percepirci come separati dal mondo esterno, in quanto individui dalla coscienza unitaria. Come la CPU di un computer, la Mente ha solo capacità di calcolo, non è emozionale, questa funzione emozionale spetta alla Psiche, profonda memoria dei nostri istinti più remoti, sedimentati in milioni di anni di evoluzione, ricapitolati in ogni individuo dal concepimento dell’embrione, allo sviluppo adulto: l’ontogenesi ricapitola la filogenesi, lo sviluppo dell’individuo, dalla cellula embrionale all’essere adulto, riepiloga l’evoluzione della Specie avvenuto in milioni di anni. Così, nella creatività di uno scrittore, la sua ontogenesi letteraria ricapitola la filogenesi letteraria. In ciò non vi è dubbio. Era altresì certo, Ivano, che in lui Chekov e Malcolm Lowry avessero avuto un incontro e una sintesi. L’incenso spargeva il suo aroma nella stanza fiocamente illuminata. Elettronici temi musicali di Paul Oakenfold si amalgamavano alle ombre e ai profumi di quella notte serena e solitaria, vuota. La musica di Oakenfold è globalizzata, così come globalizzata è l’Anima. L’Anima è un muro bianco e luminoso, una nota naturale, un soffio di vento. Il Silenzio è il luogo dell’Anima. Quella musica esprimeva il Silenzio. L’Astrazione. L’Universo.

Si assopì sul divano. Ancora una volta, uno strano sogno si affacciò dentro di lui. Era in viaggio, attraverso un piano infinito. Man mano che il treno – un treno insolito, dall’atmosfera allegra e rilassata, gli arredi eleganti – proseguiva nella sua corsa, sprofondava in un altrove che era vicino, e al tempo stesso lontano. Le campagne erano coperte di neve. Poco oltre il confine italiano – ma a Ivano pareva addirittura oltre un cortile ombroso e cementizio dietro casa sua, il cui raggiungimento era per viottoli e stradicciole intercondominiali strette e tortuose – c’era una cittadina svizzera tutta cuspidi e casette medievali, ma in cemento, visibilmente posticce, moderne. La vicinanza con casa propria – il senso di “patria” inteso come suolo italiano era estraneo a quel sogno, perché il confine sembrava appartenere a una linea che demarcava due vicinanze quasi domestiche, due vicinanze che si facevano remote per via di uno strano attraversamento “spazio temporale” –  era palesata dal passaggio al di sotto di un tombino che, sbucando in uno sterminato centro commerciale fatto di marmi e vetri, lo faceva fuoriuscire in “Maggiolina”.

Svegliatosi da quel sogno, conservò per qualche minuto l’impressione che un altrove esistesse davvero, nella nostra psiche e che, sognando, attraversiamo mondi probabilmente esistenti in altre dimensioni, magari parallele. Del resto noi esseri umani utilizziamo solo una minima parte delle nostre facoltà psichiche. Che comprese e utilizzate in pieno, potrebbero anche svelarci il mistero della Morte.

Si accorse di avere un attacco di diarrea, che presumibilmente il sogno appena fatto aveva simbolicamente anticipato. Il freddo preso quel pomeriggio, doveva avergli fatto male. Seduto sul cesso, ascoltava le note di Oakenfold provenienti dal soggiorno. Fu preso da un senso di commozione. Sentì le lacrime agli occhi. Incanto per il mistero della vita, il cui senso a volte lui sprecava, insozzava, invece la vita era così preziosa, unica. Una forma di religiosità intima, privata, stava germogliando in lui.

Il vento scuoteva i rami in giardino. Magia di una notte VUOTA. Questo vuoto che a volte ci salva e ci preserva. Gli oggetti, con la loro presenza, talora infestano e scompigliano, agitano. E’ così benedetto il VUOTO. Lo dobbiamo cercare e creare in noi. E’ una condizione interiore benefica.

Il volo dell’anima era portato da quelle note celesti. Sino all’interno della sua psiche, un vuoto immenso che si apriva in un luogo non precisato, magari dietro casa sua, oltre viottoli e stradicciole, percorsi intestinali che culminavano in quella defecazione; stava forse defecando in un villaggio svizzero fatto di case posticce, alle porte di un territorio non ben localizzato sulla carta geografica? Un non luogo. Una sala d’aspetto. Un purgatorio di anime che mangiano cioccolatini e comprano sigarette e cellulari? Un duty free con cravatte dozzinali e marche di whisky esclusive? Dove una ben modulata voce femminile scandisce annunci in inglese?

In soggiorno ritrovò il PC con gli MP3 che gli aveva scaricato Anna. Continuavano a vedersi, malgrado tutto. Lo sballo di quella notte era costato ad entrambi un grande spavento. Anna era molto triste. Giovava però alla sua bellezza. Non si parlavano mai molto. Parlavano poco, e facevano l’amore, però, a lungo. Anna lavorava come commessa in un grande ipermercato. Stava tirando su due figli. A fatica. L’uomo che glieli aveva dati, si era volatilizzato. Non le passava alcun assegno. Talvolta Anna assumeva qualche sostanza, per sfuggire all’angoscia e provare un’allegria che altrimenti le era negata. I suoi occhi avevano il velo opaco della mestizia perenne. Nei momenti d’amore, si accendevano di una luce fredda. Anna pareva una stella morta, una stella che un tempo brillava, ora non più. Per qualche motivo, la sua energia era collassata. Ma in ciò stava il suo magnetismo, attrarre a sé con una notevole forza di gravità di massa spirituale. Il suo silenzio vibrante di frequenze basse ne era l’espressione.

Quella notte Ivano dormì profondamente. Nei sogni, ancora treni, stazioni, viaggi. Era a Parigi. Il treno vi giungeva attraverso una galleria infinita di visioni fantastiche: cattedrali gotiche che sembravano fatte di cera, di ghiaccio, di carne. Erano esseri vivi, pieni di liquido ematico, pronto a eruttare. Spaventose, sublimi visioni. Arcate a ogiva si alzavano alte e immense come bocche spalancate, simili ad orbite oculari vuote dall’espressione di vuota morte, bordate di carne color alabastro tumida di sangue e rassegnazione, una cattedrale dietro l’altra, in quella che era diventata la via crucis di una linea metropolitana, ad ogni stazione, un monumento funebre, la visione della città era pressoché desertica, fatta eccezione per quelle isole elevate al cielo, di carne viva. Giunto nel centro cittadino, il sogno si congiunse con un sogno precedente, di mesi, forse di anni, quasi ad esserne una puntata successiva: il treno divenne un ascensore, una sorta di montacarichi cigolante e precario, che per tortuosi percorsi sotterranei, e poi aerei, sospeso nel vuoto terribile schiaffeggiato da un vento gelido, lo portò in cima a una altissima torre. All’ultimo piano di questa, la porta scorrevole conduceva all’uscita, e Ivano – insieme a una fiumana di gente indaffarata – si ritrovò al livello di un quartiere periferico, che si trasformò in una landa di terraferma alle porte di Venezia, in laguna, triste, mesta, sporca. Vi era una trattoria – sul bordo di un canale tanto lercio da sembrare radioattivo, con ormeggiata una barca dallo scafo blu e bianco dalle linee sgraziate, che trasportava calcinacci – dove vi si mangiava decentemente, in un clima di festa che aveva tracce di funerale. Ma Parigi era oltre un ponte, con un boulevard periferico che conduceva alle pendici di una montagna elevatissima, di granito friabile e scuro, con intrusioni di ghiaccio vivo, alle porte di un altrove che poteva essere Piemonte o Valle d’Aosta – una zona comunque contigua alla posticcia cittadina svizzera – ma trasfigurato da sembrare l’anticamera dell’al di là. Anche qui un ascensore in acciaio, tecnologico, freddo come una bara, azionato da una cabina di comando piena di lucine e ronzii sinistri, per cunicoli oscuri conduceva nel cuore – radioattivo, cablato da milioni di fibre ottiche – della montagna, al di sopra di un’autostrada a sei corsie, dove le auto correvano follemente, verso Parigi. La carta geografica dell’Europa era sotto di lui, distesa, e sopra vi correvano i binari di una ferrovia che riprese a trasportarlo, un salto diretto da Venezia a Lugano, quasi le due città fossero contigue, e nelle vicinanze di Lugano il treno correva su un costone erboso, cosparso di fiori, sotto un cielo azzurro e lucente, in lontana visione dei ghiacciai, e la gotica Parigi presto di nuovo lo accolse, con la sua immensa torre elevata al cielo, a lato della quale un paracadute scendeva lentamente portando il suo carico di morte: una bomba nucleare. Prima dell’esplosione, Ivano si svegliò. Provato. La vividezza quasi lucida di tali visioni lo aveva addirittura affaticato dal punto di vista muscolare. Gli sembrava di aver fatto a lungo ginnastica, o qualche duro sforzo fisico, tanto da dover contrastare col corpo la drammaticità di tali sogni. In che dimensioni, quella notte, aveva transitato la sua psiche? Esistevano dimensioni – nascoste – in cui la geografia presentava quella conformazione? E lui vi aveva avuto accesso?

Raccolse le forze – poche – per alzarsi dal letto. E poi lavarsi. E poi mettere su un caffè.

Il sogno svaporò in pochi minuti. Sul momento non ne ricordò che frammentate, deboli tracce.

Il continuo piovasco generava come il suono di un rullo, e la sensazione che, fuori dalla finestra, vi fosse un mondo intriso d’acqua. I tuoni spezzavano quel rullio monotono, i vetri tremavano.

Questo ritmo atmosferico di acqua e tuoni, facilitava la riflessione. Essere scrittori, non sempre comporta che lo scrittore rifletta sulla sua scrittura. Esistono scrittori molto prolifici che, se riflettessero su ciò che scrivono, malgrado l’assoluta bontà delle loro opere, magari si vergognerebbero, proverebbero un po’ di pudore. La consapevolezza – in arte, nella vita, nel naturale operare umano – non è disgiunta da un sottile senso di vergogna. La si può non provare, il che è meglio. Se la si prova, allora significa che si è a un livello di autocritica superiore alla media. E’ la vergogna connaturata al Corpo. Alla Nudità. L’agire è prettamente un fatto corporeo. Anche l’agire artistico. E’ nell’azione che lo spirito scende a terra, si incarna in un corpo, un corpo nudo, del quale alcuni – comprendendo questa sottile legge – per un fatto che può sembrare nevrotico, si vergognano. Se lo guardiamo da un punto di vista funzionale, è sì nevrotico; non lo è dal punto di vista filosofico.

Ivano provava, da tempo, questa sottile vergogna. Ma non ti vergogni di quello che sei? era come si dicesse. Anche al supermercato, al bar… non ti vergogni di questa indecenza che esprimi? Era gentile, si può dire con tutti, si imponeva una ferrea gentilezza, al fine di sottrarre un po’ di indecenza al suo agire corporeo. Trattavasi di indecenza assolutamente ineliminabile, che gli era stata inserita insieme al fardello del corpo. Maniere gentili, un tono di voce educato, un gesticolare non troppo evidente, sottraevano corporeità al suo agire, o almeno, così lui sperava. Indecente era anche l’uso narrativo di una trama, di un plot. Ivano trovava indecente quasi tutta la letteratura. Pure la propria. Stava cercando disperatamente di scrivere testi senza trama. Senza corpo. La sfortunata collana I Gabbiani della Mondadori ha sfornato, molti anni fa, due bellissimi libri, che purtroppo sono finiti subito nel dimenticatoio: “Traghetto per Gabriola” e “Buio come la tomba dove giace il mio amico”, dell’indimenticabile, eccelso, stupefacente scrittore canadese Malcolm Lowry. I più lo conosceranno per “Sotto il vulcano”, romanzo eternato da una pellicola hollywoodiana e dal volto alcoolico e sconsolato di un rude Albert Finney diretto da un giganteggiante John Huston. Forse non tutti sanno che Malcolm Lowry – torrente carsico che ha continuato a scorrere sotto il terreno della letteratura nordamericana – è stato ispiratore di non pochi fra gli esponenti della Beat Generation. E a una ri-lettura delle sue pagine, non si fa fatica a comprenderne il perché e per-come. Vagabondo, alcoolista, scrittore non-scrittore – a detta della critica ufficiale – Lowry si è guadagnato un posto da gigante, oltre che nel cuore di Ivano, nel panorama letterario del dopoguerra americano, ormai logorato dall’eccessivo eroismo – ed erotismo – del maestro di tutti quanti a nome Ernest Hemingway, maestro di cui tutti quanti ne avevano le tasche piene, iniziando a raccontare e a raccontarsi come perdenti, sconfitti, lacerati miseri omuncoli alle prese con un’esistenza quotidiana molto lontana dai campi di battaglia, ma veramente infernale e rumoreggiante più della linea della Marna. Autori come Lowry, con una prosa lenta, anzi, lentissima, densa, a tratti veramente paranoica, hanno descritto le inevitabili sconfitte dell’uomo comune, le sue ossessioni, soprattutto quelle esasperate dall’uso esagerato dell’alcool, le devastazioni interiori di persone sull’orlo della follia, della perdita di sé, abituate a camminare sul bordo di un precipizio, senza caderci mai del tutto, ma rischiando grosso, di continuo, senza per questo doversi confrontare con cannoni, fucili e corride. Potremmo dire che, Lowry, il più grande confronto lo conduce con se stesso, e alla fine soccombe contro questo temibile avversario. Non si possono dimenticare le poderose descrizioni del paesaggio selvaggio della Columbia Britannica in Traghetto per Gabriola, un paesaggio mesto e azzurrognolo, in sintonia con l’animo blues, azzurrognolo e perdente, melanconico, del protagonista, e di sua moglie. Decisamente uno dei romanzi più possenti che il secolo scorso ci abbia donato. Vi è grande respiro, senso immediato del paesaggio, reso a grandi pennellate sicure in tutta la sua maestosità, paesaggio che poi si travasa nella psicologia dilaniata del protagonista, paesaggio che l’Autore sa psicologizzare e rendere parte integrante della psiche, della morale del suo erore anti-eroe. Non vi sarebbero certi romanzi se non esistessero certi paesaggi. Difficile pensare il protagonista di Traghetto per Gabriola alle prese con le colline del piacentino, con tutto rispetto per queste ultime. Ma qui si respira un’aria rarefatta, tesa, che scende giù dritta dai possenti picchi innevati che dominano la misteriosa, fosca Baia di Eridanus.

La vita di Ivano, dopo la lettura di “Traghetto per Gabriola”, era un continuo ricordare quelle pagine, di un libro che aveva smarrito, o prestato, e mai più ritrovato. Un libro tanto amato da essere diventato parte della sua vita, del suo vissuto, di sé. Il cui ricordo a volte lo faceva piangere.

Dopo le incursioni in quel regno fantastico, che lo avevano lasciato esausto, doveva riappropriarsi di un contatto col reale, facilitato dal sentire la voce di qualcuno. Il pensiero gli cadde su Anna. Le telefonò. Rispose solo dopo molti squilli. Con la voce alla quale ormai Ivano era abituato, un tono di sospiro lontano, che veniva da lontano nello spazio e nel tempo. Anna anche lei evidentemente faceva incursioni molto simili alle sue, le faceva con le sostanze e con grandi dosi di infelicità. Ci fu un momento che si intromise fra loro due un lungo silenzio. Poi Anna disse, in un soffio: < Sì, vengo. > Pareva avesse preso una decisione molto difficile. Si accordarono per l’aperitivo, al bar sotto casa di Ivano. Il pomeriggio scorreva lento. Il tempo gocciolava a ritmo ritardato. Non aveva particolari ragioni di essere felice, o infelice, o in ansia. L’attesa faceva parte della sua vita. Ivano attendeva da sempre. Aveva pazienza. Stava momenti lunghissimi, steso sul divano, a fissare il soffitto e i quadri alle pareti. Fumando. Intanto che fumava, elaborava quello che avrebbe dovuto scrivere di lì a poco. La sua mente non era mai ferma, anche se Ivano avrebbe gradito riuscire a creare in sé un po’ di vuoto mentale, talvolta. Invece, in certi momenti, i pensieri gli si acceleravano, prendevano la rincorsa e si accompagnavano a immagini confuse e centrifugate, solitamente in bianco e nero, o marroncine. Era la fuga di quelle immagini a risucchiare in sé il pensiero, a farlo accelerare anch’esso. In verità non erano pensieri, ma solo immagini accelerate, a cui si accompagnava un suono interno, gutturale, che pareva una vocale, una protoforma di pensiero bloccato. Durava qualche minuto, poi passava. Gli capitava solitamente alla sera più che di giorno, specialmente dopo momenti di grande concentrazione. Era un pensiero che si voltava, e scopriva con stupore l’attimo precedente, quasi l’immagine di un fotogramma che aveva fissato l’istante precedente, e generava stupore. E Ivano si diceva: “eppure sono sempre io, tutto è racchiuso in me, il mondo è racchiuso in me, non c’è nulla che non sia in me, che non sia-me”.

La perfetta compiutezza in sé che a volte provava, gli dava il piacere di essere bastante a se stesso. Erano quelli i momenti migliori della giornata. Quando l’Io si faceva compiuto in sé, non aveva porte aperte né bisogni da soddisfare. Il corpo, in quei momenti, non generava alcuna pulsione, e l’equilibrio era pressoché perfetto. Era uno stato di pace e di soddisfazione quasi animalesco, o vegetale. Solo che non accadeva di frequente. Non accadeva più di frequente agli uomini, dopo il Peccato di Adamo. Solo che capita, per brevi minuti, massimo per il tratto di un’ora, che l’Eden si dischiuda nuovamente all’esperienza umana, di chi, in casi come questi, avverta la perfetta compiutezza del proprio Io.

Ora si era annidata un’attesa, nel suo Io, l’attesa di Anna. L’equilibrio perfetto si era rotto. Un bisogno era emerso, una pulsione si era affacciata in lui. Un’aspettativa magica, come sempre nell’attesa di una donna.

La donna è la grande Modificatrice. La grande Plasmatrice. La sua passività è solo apparente. La donna comanda a distanza, genera e crea col suo solo immobile Potere. Nel rapporto con lei, l’uomo è meramente esecutore.

La forza della Fantasia risiede nel Femminile. La fantasia può essere creatrice come distruttrice. Di solito permane un equilibrio tra le due forze opposte, la Vita. La Vita è puro ermafroditismo. Ovvero, in essa vige un principio di perfezione, di coincidenza di opposti, che con la Caduta di Adamo è andato perduto. Ma a volte si rigenera, si riaffaccia, fa capolino nelle nostre vite, ci richiama potentemente in-sé.

Era la bellezza che amava in Anna, il suo richiamo. Essa abitava in luoghi non molto frequentati dagli esseri umani. Si trattava di una bellezza che scendeva dal cielo. Dalla Luce. Fatta di Luce. La natura l’aveva voluta di pelle molto chiara, e di capelli dal colore biondo. Nella danza sotto le luci stroboscopiche, Anna si scioglieva in quella luce, diventava quella luce. L’estasi la invadeva come un’onda. Il sorriso sulle sue labbra si faceva estatico, colpito da frecce di dolore e piacere, il suo corpo cedeva al supplizio trascinante di una danza sacrale. Anna era la dea del sacrificio. Dell’Amore totale. Quello che ci unisce oltre il corpo. Nel Cosmo.

Cosmico diveniva il suo respiro. Il suo incedere si faceva leggero, aereo. La osservava. Ma forse Ivano stava ancora una volta sognando, vedendola incedere sul marciapiede, alla volta del bar. L’acqua piovana si spartiva in due rive e la lasciava passare. Lei vi camminava sotto, senza bagnarsi. Come una santa, una dea. Si voltava, gli tendeva la mano, lo attirava a sé. Era in un sogno? Ma cosa è poi la realtà? Come un film, la vita giace nella pura apparenza.

Le sue dita, lunghe e affusolate, di grazia rivestite, afferravano il bicchiere carico di condensa luminosa, e lo portavano alle labbra. Anna assaporava l’aperitivo circondata da riflessi di vetro cangiante in quel bar dalle luci serali, che si raccoglievano intorno a lei in un’aura di fredda trascendenza. Non più quella musica, non più quel bar. La realtà si era disciolta in un bagno di note e luce estranee. Mai viste, mai udite prima. Anna ne era il tramite, il buon demiurgo. Quanta conoscenza albergava in lei! Ascoltiamo la voce di Ignazio di Loyola, che dice: non è l’abbondanza del sapere che sazia e soddisfa l’anima, ma il sentire e gustare le cose internamente; l’azione dell’intelligenza è di conoscere e penetrare. La sapienza invece apprezza e fa accostamenti.

Cadeva la pioggia sull’asfalto, in quella fenditura di palazzi, sopra i quali il cielo si era tinto di fiammate rosse e indaco. I cuori andavano all’unisono, mentre Anna e Ivano passeggiavano verso la Maggiolina. Era una sera bellissima. Alta e possente la percezione di un cosmo pieno di comprensione. Alta sino alle nuvole rossastre alabastrine. Alta sino ai marmorei piani azzurri e indaco del cielo remoto. Alta nella comprensione di noi stessi.

Un fato intelligente li guidò sino al ponte, che univa i due quartieri, sopra la fenditura della ferrovia. Un vento fortissimo prese a soffiare giù dal condotto che veniva dalle montagne. Le foglie impazzite vorticavano nell’aria. Un treno correva nell’infossato, turbinando. Il vento della sera caricava di apprensione l’animo. Sulle facciate dei palazzi, si accendevano le luci. La notte scendeva come un manto di velluto scuro. Il freddo acuiva quell’ansia che si faceva violacea e mesta. Ma Anna sorrideva, lieta. Solo lei, sapeva il perché. Ivano la seguiva. Una casa alta ed esile, di povera gente, sorgeva accanto al ponte. Nel cortile, accumulata c’era della spazzatura, che il vento agitava. Un gatto si mise a correre, sparì sotto una macchina parcheggiata. Era quel silenzio, sferzato dal vento, a far presagire un accadimento? Passato che fu il treno, si udivano solo le foglie frusciare. Una lamiera sbattere. La campana della chiesa diede qualche rintocco lontano.

Qui Anna volle lasciarlo. Gli disse di salire i gradini del ponte, di andare lui, lei doveva tornare a casa. Lo baciò teneramente sulla bocca, e il sorriso mesto che le era proprio gli diede un ultimo saluto. Vai, gli disse, sai dove andare, devi salvare un destino. Ciao.

Così lui fece. Salendo l’irta gradinata, avvertì un soffio musicale. Onde sonore che parevano liquido che gli carezzasse non il corpo, ma la sua stessa psiche più profonda. Una musica dolcissima, lo attirava sino alla sommità del ponte. Percepì che il tempo era ormai sospeso. Camminava lentamente, anch’egli sospeso in quel fluido che non sapeva definire. Il vento era forte. Scese dal ponte, dall’altra parte della ferrovia. Quando scoprì che era tornato bambino. Si guardò riflesso in una finestra, era sempre lui, adulto, ma tuttavia era tornato bambino. E come allora, andava verso la villetta abitata dalla sua amata. Tutto era attuale, eppure il tempo era andato a ritroso. Inevitabilmente incrociò il figlio dei camorristi. Egli lo salutò, amichevolmente, gli disse: < Ciao Ivano, non avevo niente contro di te. Volevo solo fare amicizia, eri un tipo strano, mi veniva di menarti. Eri diverso, e mi dava fastidio, ma avrei voluto esserti amico. >

Ivano proseguì in quella specie di tunnel temporale, sino alla villetta del suoi sogni. Sapeva di trovare colei di cui era stato innamorato. E che il retrocedere del tempo, rendeva nei confronti di lei ancora attuale quel sentimento. Ma la villetta era coperta di edera rinsecchita. I vetri erano rotti, i muri scrostati. Spinse in avanti il cancelletto di ferro battuto, arrugginito e cigolante. Fece pochi passi nel giardino abbandonato, tra erbacce e vetri rotti. Bussò alla porta, perché il campanello pendeva fuori dalla sua sede.

Una donna venne ad aprire: era lei. Lei adulta, col volto pieno di lividi, tumefatto, l’esito di ripetuti maltrattamenti. Teneva per mano una bambina. Era la lei piccola, d’allora. Era proprio la piccola Elena che Ivano aveva amato, e amava ancora. Disse, l’adulta: < Tienila, portala via, amala, come avrei voluto facessi allora. Salvala da tutto questo, ti prego. Ciao, Ivano. >

La donna chiuse la porta, e Ivano si ritrovò a risalire il ponte, conducendo per mano colei che avrebbe voluto amare, ma che il fato non gli fece mai incontrare.

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Se fosse stato solo un bellissimo sogno, non riusciva a capirlo. Le forme in cui la realtà si palesa, esulano talvolta dal rigore cartesiano. Ivano sapeva solo che il limite tra l’immaginario e il concreto era continuamente travalicato in ambo i sensi, da chiunque, così come quello tra nevrosi e psicosi propriamente dette. L’esame di realtà era una pura e semplice idiozia inventata dagli psichiatri. La psichiatria era una forma di alienazione, anche se essa si prefiggeva – l’alienazione – di curarla.

2009

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